La difficile strada di un cinema d’autore “da multisala”…

grandebellaezza

Credo che Philippe Daverio sia arrivato al cuore della questione. Premesso che La Grande Bellezza – con tutti i suoi difetti – mi è piaciuto, credo che la chiave di lettura più corretta del cinema di Sorrentino da qualche anno a questa parte sia qui: nel bisogno di comunicare e di “massaggiare” il messaggio.

All’interno di questa “opera di comunicazione” Sorrentino costruisce il suo film personale, la sua arte: il viaggio iniziatico tardivo di Gambardella, segnato dall’impossibilità di fermare il tempo e aderire alle cose – e in questo senso Sorrentino va oltre Fellini e approda a Resnais, alle carrellate ipnotiche della memoria di Hiroshima mon Amour.

L’arte c’è ed è qui, e non nella narrazione di una Roma totalmente inventata, esotica, infiocchettata. L’arte è insomma il ghost in the shell del marketing culturale, dello stile inteso non come rigore della forma quanto riduzione postmoderna di esso. Il sacro si accosta al profano, la figurazione più raffinata alla cartolina da due soldi. Il contenuto del film altro non è che la “messa in abisso” della struttura produttiva e del progetto estetico a monte, altrettanto – inevitabilmente – abbracciati. Abbraccio che si vorrebbe non esiziale, anche se il rischio di soffocamento non è mai assente.

Sorrentino ha appreso una lezione – di mercato, non estetica – come quella di Tornatore, Salvatores e altri ambasciatori culturali di un cinema italiano con ambizioni internazionali e di mercato. Proposito nobile, anche se passibile di parodie involontarie e castrazione artistica. Direzione comunque necessaria se vogliamo che l’industria del cinema dello Stivale sopravviva e si evolva prima di essere spazzata via dalla storia. Il cinema come riserva indiana non è negli interessi di nessuno, neppure di chi crede che le concessioni al mercato involgariscano ulteriormente la cultura cinematografica di un paese. La volgarità viene da molto più lontano ed ha radici assai più solide.

Qual è la direzione più auspicabile per un cinema d’autore e, allo stesso tempo, commerciale? L’esempio virtuoso – diversissimo eppure speculare a quello italiano – è il sudcoreano Snowpiercer. Esempio solido di cinema popolare, blockbuster che scommette contro Hollywood e vince. Non è il film migliore di Bong: è un ibrido, un compromesso con leggi di mercato e aspettative di pubblico molto più varie, e il peso maggiore sulle spalle del film si sente. Eppure funziona. Snowpiercer è il frutto di decenni di investimenti, strategie di mercato, competenze raffinatissime e cultura coreana. Contaminandosi, il cinema di Bong sopravvive e attecchisce su terreni che sembravano privi di vita.

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