Giù la testa – Festival del cinema e censura in Cina

Nanjing, Chinese Independent Film festival

Nanjing, Chinese Independent Film festival

Nessuno avrebbe scommesso sul fatto che un film esplicitamente politico e ribelle, come il recente A Touch of Sin (Jia Zhangke, 2013), avrebbe ottenuto il visto della censura e la possibilità di essere proiettato nelle sale della Repubblica Popolare Cinese. Il film mostra quattro episodi di violenza e discriminazione a danno di uomini comuni e la loro ribellione, altrettanto violenta, ad una società corrotta e illiberale. Salvo sorprese dell’ultimo minuto, il film uscirà nei cinema cinesi a novembre, in forma quasi intatta.

La porta del cinema cinese si sta dunque aprendo? La situazione è molto più complessa, ed è il caso di chiarire subito un dubbio: chi sperava che la nuova leadership del Partito Comunista Cinese fosse pronta alla liberalizzazione politica e a maggiori aperture sul fronte della libertà di espressione ha dovuto subire, negli ultimi dodici mesi, una lunga serie di cocenti delusioni. Il cinema indipendente, di cui Jia Zhangke è stato fino al 2004 il più illustre degli esponenti, è stato la vittima principale della recente svolta liberticida: nell’ultimo anno tutti i principali festival indipendenti sono stati chiusi o costretti alla clandestinità assoluta. Svolta che risulterebbe incomprensibile se non si tenesse conto di un contesto che ha una triplice chiave di lettura all’incrocio tra politica, economia e capitale culturale. Il caso di Jia Zhangke esemplifica bene la situazione contradditoria in cui si trova il cinema cinese: la sua scelta di produrre film all’interno del sistema ufficiale gli ha garantito un certo grado di protezione, ma è stata soprattutto la scelta di basare il suo ultimo film su fatti realmente accaduti e resi virali da Weibo e altri social network cinesi a garantirgli una libertà di espressione superiore alla media. La fortuna ha fatto il resto: la censura non funziona sempre allo stesso modo e dipende fortemente dalle idiosincrasie del censore o di eventuali quadri di partito. Un film bocciato dalla censura in una fase critica del rituale politico cinese (come il periodo dell’Assemblea Nazionale del Popolo), in certi casi, viene ignorato o tollerato in periodi politicamente meno sensibili.

Ed è proprio sul fronte dei festival – un fronte reticolare ed elastico, nazionale e globale assieme, punto di incontro e discussione tra la cultura cinematografica transnazionale e le radici locali – che si possono leggere le strutture e i rapporti di potere in gioco nel mondo del cinema oltre la Muraglia. L’ecosistema dei festival cinematografici cinesi si può distinguere tra gli eventi ufficiali, approvati o finanziati dal governo, e le manifestazioni indipendenti che costituiscono una rete alternativa e sommersa di eventi, proiezioni, visioni del cinema. Ma le distinzioni non sono mai così nette: i festival più vicini al Partito si sono da tempo avvicinati al cinema più commerciale, e il film di propaganda classico [1] è stato rimpiazzato da un modello ibrido di “nuovo cinema mainstream”. Lo stesso vale per le opere di ambizione internazionale o da festival, come quelle di Jia Zhangke: un tempo ai margini del campo della produzione cinematografica, oggi tendono ad un compromesso sempre maggiore con il mercato [2]. Nel contesto dei festival ufficiali, si può distinguere tra: eventi “storici”, sopravvivenze dell’epoca maoista, come il festival del Gallo d’Oro e quello dei Cento Fiori (ora fusi in unico evento), vere e proprie emanazioni della cultura ufficiale che hanno cominciato da pochi anni un faticoso processo di rinnovamento verso il mercato; eventi più recenti e ambiziosi, in particolare il finanziatissimo Beijing International Film Festival (BJIFF), giunto alla sua terza edizione; realtà consolidate nel calendario festivaliero internazionale, come lo Shanghai International Film Festival (SIFF), unico festival internazionale di classe A nella Repubblica Popolare, che da anni costituisce una solida base per la legittimazione del paese come superpotenza culturale. Nel loro complesso, questi sono eventi di celebrazione del cinema cinese e della sua aura, dei suoi divi e della sua crescente influenza: il festival è qui innanzitutto consolidamento di capitale economico e influenza culturale.

 Sul polo più autonomo, per non dire marginale, dell’ecosistema festivaliero cinese si situano i festival indipendenti (o “underground”, come si diceva una decina di anni fa). Contenitori informali, spesso fondati e gestiti da registi e curatori locali, questi eventi ospitano tutto ciò che è alternativo ad una visione univoca e politicamente approvata (o tollerata) del cinema. Si tratta di cinema indipendente, di documentari autoprodotti, di oggetti audiovisivi che non sono passati attraverso il complesso processo della censura. Su questo fronte, nel corso degli ultimi anni, è nata e si è sviluppata una cultura cinematografica attenta alla sperimentazione e capace di dialogare con le eccellenze del cinema internazionale. Iniziative a basso costo e vicine alla clandestinità, questi festival sono stati punti di riferimento per lo sviluppo di un movimento cinematografico che unisce tutte le istanze alternative di una cultura in fermento, dal cinema queer al documentario iperrealista, dall’inchiesta sociale al cinema amatoriale “contadino” della scuola di Wu Wenguang[3]. Seppur diversi tra loro, sono frequentati da un gruppo relativamente omogeneo di cineasti, studiosi, ricercatori internazionali ed esponenti del cinema indipendente. Alcuni di questi, come il China Independent Film Festival (CIFF) di Nanjing, sono riusciti – per un periodo relativamente breve – a farsi accettare parzialmente dal potere politico, arrivando ad invitare funzionari di partito locali e a proiettare film approvati dalla censura. Lo scopo era quello di “normalizzare” l’evento ed allontanarlo da sospetti di eversione od ostilità al potere politico. Precauzione purtroppo inutile: nel corso dell’ultimo anno, la crescente paranoia di Beijing nei confronti degli incontri e dei dibattiti non controllabili ha determinato una repressione che, ad oggi, ha praticamente distrutto il tessuto di questi festival.

Il CIFF, il più grande e ambizioso di questi eventi, è stato chiuso nel novembre del 2012. L’ultima edizione del festival sarebbe stata la più ambiziosa mai tentata, con numerosi ospiti internazionali e attività parallele. Interrogatori intimidatori, minacce ai finanziatori dell’evento e altri ostacoli hanno impedito al festival di proseguire, né è stato possibile – come era capitato in altre occasioni – “sommergere” l’intero evento spostando le proiezioni in luoghi privati e tenendo un basso profilo. Altri eventi importanti, come il Yunnan Multi-Cultural Festival e il festival del cinema e del video di Chongqing, sono stati soppressi allo stesso modo [4]. Il Beijing Independent Film Festival (BIFF) non ha ottenuto un trattamento diverso: da oltre dieci anni una spina nel fianco nella politica culturale della capitale, l’evento ha subito diverse forme di sabotaggio. Sei anni fa, la manifestazione si è trasferita dalla città ai sobborghi, nel villaggio di Songzhuang, nella speranza di poter godere di una maggiore libertà. L’anno scorso il festival è sopravvissuto nonostante la massiccia presenza di poliziotti in borghese e  il taglio della corrente elettrica nel villaggio. Per l’edizione 2013, la vita per il BIFF è stata ancora più difficile: la sede della cerimonia di apertura è stata spostata in un luogo privato (la Fanhall, di proprietà del Fondo per il cinema Li Xianting) e infine vietata. Dopo una serie di estenuanti negoziazioni con la polizia, è stato trovato un accordo per permettere la visione dei film in piccoli gruppi, da due a cinque persone, via DVD. Il che ovviamente avrebbe significato escludere il pubblico e privare l’evento di qualsiasi significato. Per il potere politico, il cinema indipendente cinese può esistere solo fintanto che resta nell’irrilevanza. Nel momento in cui ottiene una qualsivoglia visibilità, questo tipo di cultura diventa pericolosa e va soppressa.

 Per quanto riguarda l’istruzione e l’alfabetizzazione cinematografica, la situazione non è diversa: l’unica scuola di cinema indipendente in Cina, la scuola di Li Xianting, è stata chiusa tre mesi fa. Gli studenti giunti da tutta la Cina sono stati caricati su due autobus e portati via [5]. Nelle scuole di cinema “ufficiali”, come l’Accademia del cinema di Beijing e quella di Chongqing (che chi scrive ha frequentato), il cinema indipendente è considerato una forma di dissenso e, di conseguenza, ignorato. Lo scenario complessivo è chiaro: per il Partito, il controllo dell’immagine del paese all’estero e del dibattito politico interno è fondamentale. La situazione non è cambiata molto rispetto a cinquant’anni fa, anche se il cinema, nella Repubblica Popolare come altrove, ha perso molta della sua influenza. Lo schermo bianco è ancora concepito come strumento principe per la propaganda e la diffusione dell’ideologia. Come controllare questo campo? La strategia del governo è triplice: sponsorizzare il cinema commerciale più innocuo, sostenere un nuovo cinema di propaganda ad uso e consumo del Partito, isolare le forme alternative di esperienza cinematografica. Esperienza, e non solo visione: paradossalmente, il film in sé è meno problematico dell’evento che catalizza, l’assembramento incontrollato, la sala gremita di cinefili che dibattono di libertà di espressione, riforme politiche e diritti. È per questo motivo che la violenza e il sesso possono anche essere tollerati dalla censura, mentre la rappresentazione della povertà e della forbice sociale sono dei temi intoccabili [6]. Né costituisce un caso che i cineasti perseguitati abbiamo quasi sempre superato il punto di non ritorno in occasione di partecipazioni a festival internazionali: mostrare una Cina povera e insoddisfatta rappresenta una minaccia per la strategia di soft power culturale che Beijing persegue da tempo e in modo sempre più aggressivo [7]. Il controllo resta la priorità, al punto che film scomodi prodotti da registi non cinesi su temi molto sensibili (come le condizioni delle etnie tibetane o uigure) sono ostacolati anche all’estero: è il caso, ad esempio, di Ten Conditions of Love (Jeff Daniels, 2009), un film sulla figura dell’attivista uigura Rebiya Kadeer. La partecipazione del film al festival di Melbourne, nel 2009, ha comportato un vero e proprio attacco all’evento: il sito web è stato colpito da hacker, lo staff del festival è stato minacciato e tutti i film cinesi sono stati ritirati in seguito a pressioni nei confronti dei registi stessi.

Dopo la rivoluzione del cinema digitale, è ancora possibile la censura e il controllo dei flussi culturali globali? Probabilmente no. Sembra che il tentativo di Beijing di controllare la percezione e la rappresentazione della Cina all’estero sia un’ingenua lotta contro i mulini a vento. Eppure le risorse non mancano, e l’apparato di censura locale sta dimostrando una crescente efficacia nel controllo della Rete e del dissenso online, frustrando le aspettative di attivisti digitali e difensori dei diritti civili. Se il cinema indipendente cinese non è morto, è comunque agonizzante. All’interno di uno scenario desolante, resta qualche segnale positivo: nonostante le difficoltà di cui  si è riferito, la decima edizione del Beijing Independent Film Festival è riuscita ad arrivare al termine. Tra proiezioni clandestine e appuntamenti informali, il BIFF ha messo in pratica con successo una forma di resistenza alla repressione dall’alto, e alla cerimonia di premiazione finale ha presenziato Ai Weiwei, l’artista e architetto dissidente, nonché produttore e regista di documentari d’inchiesta. Un gambetto vero e proprio, considerato che Ai è sotto sorveglianza costante e raramente lascia il proprio studio. Gambetto riuscito; la partecipazione di Ai ha rincuorato i presenti ed è stata  di grande risonanza simbolica. Anche il CIFF sta cercando di rinascere e, al momento, sono in corso le preparazioni per una decima edizione del festival che dovrebbe tenersi a Nanjing “durante l’inverno”. Come dire: il cinema indipendente scorre ancora sottotraccia, fiume carsico di visioni alternative e strumento di presa di coscienza del regista, dello spettatore, del cittadino. I sacrifici e le difficoltà di una comunità cinefila costretta alla carboneria ci impongono di ricordare che il cinema cinese (ma questo vale per buona parte del cinema non occidentale) va oltre gli autori blasonati e le firme festivaliere: in questo caso si tratta del ben più elementare diritto allo sguardo e al dialogo. Lo spettatore occidentale si lascia spesso sedurre dal brand “indipendente” o “censurato in Cina” di cui si appropriano molti registi ambiziosi; purtroppo, capita spesso che i film realmente indipendenti e alternativi siano quelli che, ai festival frequentati dallo spettatore affamato di esotismo e cultura cosmopolita, non approdano mai [8].

[1] Il cinema di propaganda classico è noto come zhuxuanlu. Il termine, intraducibile, indica un cinema dalle ambizioni popolari, ideologicamente fondato sulla concezione leninista di “visualizzazione dell’ideologia” per le masse.

[2] Per un’analisi del “campo” della produzione cinematografica in Cina e delle varie forme di capitale (economico, politico, culturale) in cui si struttura il cinema cinese, rimando al saggio di Seio Nakajima, Film as Cultural Politics, all’interno del volume collettaneo Reclaiming Chinese Society (Routledge, 2010).

[3] Wu Wenguang è uno dei principali documentaristi cinesi ed il suo primo documentario, Bumming in Beijing, è considerato come il primo film di quello che è stato poi battezzato come Movimento del documentario cinese indipendente.  Wu, fervente sostenitore del cinema amatoriale, si è dedicato ad insegnare a contadini e abitanti di villaggio l’uso della fotocamera digitale e a sostenere un cinema decentrato e antitetico a qualsiasi prospettiva autoriale.

[4] L’organizzatore di quest’ultimo è festival è Ying Liang, forse il più importante regista indipendente cinese “sommerso”. Ying Liang è stato costretto ad abbandonare la Cina dopo la partecipazione al festival di Jeongju del suo ultimo film, When Night Falls, opera che va a toccare temi tabù come i diritti civili e la violenza della polizia.

[5] Pare che la scuola, con i relativi studenti, sia riuscita a proseguire nelle proprie attività, trasferendosi in un’area più remota della Cina nella provincia dello Hebei.

[6] È questa, ad esempio, l’opinione di Zhang Xianmin, direttore del BIFF, docente all’accademia del cinema di Beijing e critico cinematografico. Zhang, assieme a Li Xianting e Zhu Rikun, è uno degli intellettuali più influenti nell’alveo del cinema indipendente cinese, nonché uno dei suoi animatori più attivi.

[7] Si pensi al proliferare dei finanziatissimi Istituti Confucio, accademie di lingua e cultura cinese ormai diffuse in tutto il mondo e direttamente affiliate al Ministero dell’Educazione della Repubblica Popolare. L’agenda culturale degli Istituti, apparentemente apolitica, opera in realtà a livello di filtro e, nei fatti, sostiene la cultura ufficiale del Partito, finanziando attività culturali innocue o favorevoli all’ideologia governativa ed isolando eventi scomodi o politicamente sconvenienti. Un festival cinematografico finanziato da un Istituto Confucio, per ovvie ragioni, godrà di minori libertà nella scelta di film cinesi da proiettare al pubblico.

[8] Sull’economia simbolica e spettatoriale dei festival internazionali (e sui festival studies in generale), il punto di riferimento resta Bill Nichols e il suo saggio Discovering Form, Inferring Meaning: New Cinemas and the Film Festival Circuit, pubblicato su Film Quarterly (numero 47-3, 1994). Le riflessioni di Nichols sull’evento-festival in relazione al cinema non occidentale sono ancora del tutto valide.

[pubblicato su pointblank in data 15 ottobre 2013]

Aggiornamento (6 dicembre 2013): Il CIFF, il più importante festival del cinema indipendente cinese, si è concluso settimana scorsa nella città di Nanjing. Nonostante le croniche difficoltà, il festival si è svolto con successo, proponendo moltissimi film di qualità – mi dicono – anche molto alta. Le mie congratulazioni più sincere a tutti, dagli organizzatori ai cineasti coraggiosi che difendono la loro arte e, spesso rischiando grosso, continuano a lottare per un cinema indipendente e non conforme ai canoni dell’innocuo e del banale imposti dall’alto.

Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...