The Grandmasters di Wong Kar-Wai – recensione

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Wong Kar-wai è l’autore preminente della new wave del cinema di Hong Kong,  emerso negli anni Ottanta e Novanta all’attenzione del pubblico occidentale. Inventore di un linguaggio cinematografico nuovo, con lunghe radici che attingono alla tradizione europea della Nouvelle Vague così come al cinema d’autore e di genere asiatico, Wong ha diretto opere seminali che hanno cambiato il modo di intendere il rapporto tra immagine, emozione e storia. Le sue immagini sono pulsanti, vive, deformate dalla inesorabile marcia del Tempo cronologico e da quello esistenziale. Se c’è una sola ossessione in cui è possibile condensare film diversi come Days of Being Wild, In the Mood for Love, Happy Together e Ashes of Time, questa è proprio l’ossessione del tempo e i suoi tagli orizzontali – occasioni uniche, agnizioni panottiche intuite ma mai perseguite. Cinema del rimpianto.

The Grandmaster, l’ultima fatica del regista di Hong Kong, è un film difficile che necessariamente entra il dialogo con il precedente Ashes of Time, wuxia esploso e riflessione sull’eredità di un cinema che oggi non esiste più. Film spesso frainteso, Ashes giocava con le convenzioni di genere (il cinema di arti marziali di King Hu e Zhang Che, il melodramma classico…) e con il linguaggio del cinema, costruendo una macchina raffinata di amori troncati e comprensioni tardive. Anche The Grandmaster è un “melodramma” in costume. Il film mostra un triangolo di relazioni tra i diversi eredi della tradizione delle arti marziali cinesi. La figura più nota è certamente quella del maestro di Wing Chun, Ip Man, già protagonista di quattro recenti pellicole [1] e qui interpretato da Tony Leung. Al maestro si aggiungono Gong’Er (Zhang Ziyi) la figlia orgogliosa del vecchio maestro della scuola del Nord, e Ma San (Zhang Jin) il discepolo ambizioso e traditore. I tre si incontrano, combattono, conoscono se stessi attraverso il corpo e lo sguardo. L’amore, la rivalità e la vendetta definiscono queste correlazioni e le loro infinite variazioni costituiscono, a tutti gli effetti, la materia del film. A parte, piccole storie secondarie prendono vita e affrontano nodi come il conflitto tra generazioni, la tragedia della guerra e i lati più o meno oscuri della sottocultura delle arti marziali cinesi.

Il centro drammatico del film è comunque la fuggevole e mai realizzata storia d’amore tra Ip Man e Gong’Er. Un corteggiamento marziale a cui seguono decenni di rimpianto e conflitto interiore. Il distillato più puro della poetica di Wong. The Grandmaster, lo ripetiamo, è innanzitutto un melodramma, profondo e drappeggiato, fatto di immagini curvate su se stesse, a metà tra il formalismo iperrealista e quello dell’action painting a ventiquattro quadri al secondo. Un melodramma al quadrato considerato che il genere wuxia, il film di cappa e spada, è in sé profondamente melodrammatico in quanto terreno di scontro di passioni e visioni del mondo, un mondo popolato da eroi più grandi della vita e più piccoli del Cielo, tramite tra questo e gli uomini. Una tragedia figlia del proprio tempo e di un’età di transizione nel cinema e nell’identità cinese. Tuttavia, il melodramma di Wong è fatto di continui “è stato”, di temporalità tra le quali non c’è spazio, né bisogno, di intreccio o complesse architetture. Si tratta sempre di un tempo declinato al passato, che si coglie soltanto quando è già troppo tardi e i giochi sono già fatti, rien ne va plus. Non esiste progressione narrativa e sviluppo di situazioni quanto, piuttosto, punti fermi, fotografie di attimi decisivi intervallate da paurose ellissi – gli abissi che circondano singoli episodi della memoria nel mare confuso dei rimpianti ove ogni nostos è impossibile. E anche questi momenti di visione appaiono ambigui e deformati da un prisma che apre l’immagine in riflessi, sdoppiamenti, policromie percettive. Alcune delle immagini del grandmaster Wong sono di indiscutibile potenza e raccontano, come in passato, le assurde, irrazionali mutazioni dell’uomo e della storia con una potenza tragica che pochi possono eguagliare. Il problema, allora, è che queste immagini paiono spesso imbrigliate da un apparato spettacolare troppo grande e pesante per adattarsi all’immagine liquida e anarchica di un regista che, per metodo di lavoro e personale vocazione, mal si adatta alle ambizioni da kolossal. Capita troppo spesso, nel corso della visione, di svegliarsi violentemente dall’incantesimo a causa di un commento sonoro pacchiano e inadeguato, un effetto speciale inutile e posticcio, una resa improvvisa al banale e allo stucchevole. Le sequenze d’azione hanno ereditato troppo dall’estetica chiassosa e turgida di Ang Lee e Zhang Yimou e perdono il fascino cinefilo che possedevano in Ashes of Time. A tutto ciò si aggiunge, per il pubblico italiano, una serie di scelte di adattamento e doppiaggio discutibili e alcuni tagli di montaggio, comunque non paragonabili alla terrificante edizione americana. Restano comunque molti fili sospesi: persino nell’edizione cinese, quella più completa, è chiaro che Wong ha troncato interi pezzi di film, che secondo alcuni doveva raggiungere le quattro ore nell’urtext che forse non vedremo mai. Alcuni personaggi restano letteralmente troncati e ingiustificati, tra cui il famigerato Rasoio, che vediamo in tre sequenze soltanto e il cui ruolo non è mai chiarito, e la figura interpretata dal (popolarissimo in Cina) Zhao Benshan, che vediamo per una manciata di secondi.

L’affresco storico di Wong è, comunque, efficace e attento ai dettagli. Nei momenti in cui la Storia irrompe nell’equilibrio dei personaggi, il filmato d’archivio spezza la catena di  immagini levigatissime e barocche: discontinuità estetica che dialoga con la storia alle sue porte e si fa carico della propria alterità. Perché estetica è l’operazione compiuta da Wong, e non revisionista e oscenamente patriottica (come nei primi due capitoli della saga cinematografica di Ip Man diretti da Wilson Yip), né storico-biografica (come in Ip Man: The final Fight, del notevole Herman Yau). La mancanza di coesione e i cedimenti non riescono ad annullare il fascino di un’esperienza estetica densa e piena, che tocca corde intime con la consueta perizia. Il lavoro maniacale sui personaggi, sulla filologia e sulle ambientazioni ha dato i suoi frutti. Le coreografie sono impeccabili e la rappresentazione delle diverse discipline marziali è fedele alla realtà. Tale cura nei dettagli, paradossalmente, rende ancora più evidenti le mancanze dell’architettura complessiva. The Grandmaster è la tipica opera le cui singole parti sono di gran lunga migliori dell’insieme; un film maudit che, dopo oltre dieci anni di incubazione e vicissitudini produttive infernali, si offre ai nostri occhi nella sua rapsodica, scissa bellezza.

[pubblicato su Pointblank]

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