The spirit of ’45 – Ken Loach

The Spirit of '45

Esiste la Storia, quella cronologica e onnicomprensiva, che racconta le mutazioni della società umana e rende conto delle svolte percepite, degli eventi che diventano Fatti. La storia come grande narrazione, monumento all’istituzione che la informa – lo Stato e il relativo esercizio. Esistono, poi, le piccole narrazioni, le controstorie carsiche dei movimenti e delle idee, le archeologie tematiche, politiche, antropologiche. Si può definire così, come controstoria o peristoria, l’esperimento di Ken Loach nel documentario The Spirit of ’45. Un centro di potere alternativo, una diversa visione del mondo e dello spirito di un popolo tradito da chi aveva promesso giustizia in cambio del sacrificio.

Il punto di partenza è la stagione degli anni Trenta. L’Inghilterra in quegli anni era un impero, potentissima e ricca ma con una classe operaia misera e baraccopoli tentacolari. Poi ci fu la guerra, una guerra terribile dalle cui ceneri emerse la possibilità di un nuovo contratto sociale: Loach ci descrive come la situazione venutasi a creare nel corso del conflitto – piena occupazione, maggiore parità tra i sessi e sospensione dei conflitti interni in nome del nemico comune – fu la premessa ideale per la grande stagione di riforme ed equità sociale che ne seguì. Quella che si avviò negli anni successivi fu una felice, ma zoppa, parentesi di lotta al capitalismo selvaggio, affermazione dei diritti dei lavoratori, istituzione di un modello di sanità pubblica.

Il regista ci racconta questa storia con le immagini d’archivio dell’epoca e, soprattutto, attraverso le testimonianze di chi ha vissuto da vicino la storia e le lotte del Novecento; è la voce di un popolo, di quella classe operaia che è sempre stata al centro dello sguardo di Loach, di cui è uno dei cantori più sinceri e sensibili. In questo senso, Ken “il rosso” è un autore con pochi eguali (a chi scrive viene in mente solo Robert Guédiguian [1]). La voce di questo popolo ci racconta anche di un grande fallimento, il durissimo scontro con il principio di realtà che fu la stagione del liberismo economico e dello Stato minimo che fu l’era Thatcher. Due epoche e due sistemi di potere, esposti con uno stile lineare, fatto di teste parlanti e immagini d’archivio, privo di ricercatezze o marche autoriali.

Tuttavia il documentario non si addice pienamente al regista, più avvezzo alla dimensione finzionale. Loach è conscio dei limiti dell’operazione – ha dichiarato che il film è necessariamente un’istantanea fugace su due momenti chiave della storia inglese, mentre un discorso compiuto avrebbe richiesto diversi episodi –, ma il senso del film non sta, come detto, nell’istituzione di un discorso storico ufficiale ed esaustivo. Nè in qualsivoglia forma di sperimentalismo visivo e linguistico che si allontani dall’obiettivo, che è di comunicazione e di connessione empatica. The Spirit of ’45 è un documentario a tesi e non lo nasconde, dichiara la propria impostazione e i propri nemici percepiti con onestà intellettuale, senza infingimenti né calotte fumogene di correttezza politica od estetica. Scegliendo un punto di vista e mantenendolo con coerenza (e chiudendo un occhio verso le manchevolezze e le debolezze che certamente non mancarono durante la stagione laburista), Loach racconta la piccola storia socialista d’Inghilterra nei termini di una chiamata alle armi e un rimpianto per una vocazione tradita. È un oggetto vivo e vibrante, figlio di un’ideologia politica secolare e dello zeitgeist degli anni Duemila, a metà tra Occupy e lotta operaia. Una filosofia pratica, fondata sulle domande più politiche che ci siano: “e ora?”, “che fare?”.

Se il potere è qui un fanciullo che gioca a dadi, gli uomini che lo incarnano non sono da meno: nella visione dialettica del regista, i potenti sono demoni capricciosi. I partiti di oggi, ci dice l’autore, sono lontani dal popolo, ed è compito del popolo tornare a lottare per dignità e diritti. L’invito che sembra rivolgerci è quello ad aggiornare le lotte dei padri all’epoca digitale. Imporre il colore nel corpo del passato, come accade nelle ultime immagini del film, che riprendono vita dopo essersi perse nell’archivio di una lontana memoria.

[1] Autore finalmente uscito dagli stretti confini francesi, peraltro oggetto di una interessante retrospettiva durante la scorsa edizione del Bergamo Film Meeting.

[pubblicato su Pointblank]

Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.

Cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...