Only God Forgives – impressioni e quant’altro.

Only God Forgives di Nicolas Winding Refn (che a quanto pare sarebbe il “film di cui avere un’opinione” del mese) è un nì per me. Lo pensavo a caldo, sabato, e oggi sento di confermare la mia prima impressione.

Apprezzo moltissimo il coraggio e la capacità di smarcarsi dalla parentesi hollywoodiana di Drive, così come l’orgogliosa cinefilia (già assodata in Bleeder e non solo) di un regista che cerca, fortissimamente, di legittimarsi come autore – e che ne ha il diritto, dopo tutto. Ma per mobilitare Lynch, Jodorowsky, Bergman o certo Cronenberg bisogna avere un’ampiezza di visione e un’architettonica dell’immaginario che Only God Forgives, semplicemente, non ha.

La prima mezz’ora di film, per quanto mi riguarda, è solidissima. Prospettive temporali in abisso, una sospensione delle immagini nel nulla del trauma non detto che è l’ossatura dell’intera visione. Il tempo è cristallizzato (nel senso deleuziano del termine, anche troppo…), la visione si fa epifania del non verbalizzabile. Ma poi, come le cattive poesie che cedono per eccesso di lunghezza e verbosità, il film-videoarte si impantana e Refn mostra di aver fatto il passo più lungo della gamba. E in certi momenti fa la cosa peggiore che un cineasta possa concepire: cade nel didascalismo. Va bene, lo abbiamo capito che tra madre e figli c’è un rapporto più o meno incestuoso. E va bene, è fin troppo chiaro che vuoi caricare simbolicamente le mani, e la castrazione simbolica e quant’altro. Ma non basta.

Il film certamente non mi è dispiaciuto, ed è comprensibile che qualcuno lo consideri un grande film. Ma l’impressione è che certe lodi sperticate a film e autore siano la conseguenza di una “critique des auteurs” fuori controllo, che ignora le criticità per (inconscio) partito preso. Il commento critico si fa apologia; il profilo del regista sublima nella celebrazione incensata; l’impressione cede il passo all’esaltazione.

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