The Last Supper

Lu Chuan è uno dei registi più promettenti del panorama cinematografico cinese contemporaneo. Il film che lo ha definitivamente lanciato nell’iperuranio del cinema, City of Life and Death (Nanjing! Nanjing!), è una coraggiosa e potente rappresentazione di uno degli eventi più dolorosi della storia del Novecento, il massacro di Nanchino. L’ambizione non manca al regista, e, fortunatamente, nemmeno le capacità. Dopo l’eccellente prova, il regista ha deciso di cimentarsi con la storia cinese a partire dal suo punto di scaturigine, duemila anni fa. Il film che ne risulta è una creatura molto particolare, un dramma storico fortemente innovativo nello stile così come nel contenuto: The Last Supper (Wáng Dè Shèng Yàn).

 Si noti, en passant, come i registi di successo con ambizioni autoriali ed umanistiche, in Cina, finiscano inevitabilmente con il fare i conti con la storia. Scelta obbligata, se si vuole parlare del presente con la necessaria libertà: trasponendo nel passato le contraddizioni del mondo contemporaneo, risulta più semplice affrontare temi che nella Repubblica Popolare sono ancora di difficile trattazione. Ma, a parte questo, la cultura cinese è ancora oggi profondamente influenzata dalla storia imperiale e dalla “microfisica del potere”, il potere burocratico che da duemila anni determina il corso della storia cinese.

 Lu Chuan ha scelto di affrontare la storia del primo imperatore della dinastia Han, personaggio chiave nel consolidamento dell’Impero già unificato militarmente dalla dinastia Qin di qualche decennio prima. L’autore ci racconta, con stile incalzante e impetuosi salti temporali, la storia dell’ambiziose smisurata di un uomo semplice divorato dall’ambizione e dalla macchina del potere, che lo porterà a coincidere sempre di più con il proprio sanguinoso predecessore, il primo imperatore cinese. In nome del potere, gli amici vengono sacrificati, le alleanze spezzate. I servi sono pedine nelle mani del padrone, colui che ha il potere di scrivere la grande Storia a propria immagine e somiglianza. I rivali, nell’opera di ricostruzione della storia ad usum delphini, diventano, necessariamente, nemici e traditori.

 Il film, si diceva, è coraggioso per diversi motivi: per motivi politici (il tema della manipolazione della storia da parte degli stati), storici (la critica di una storiografia “ufficiale” fatta di celebrati imperatori, dove chi pone ideali e interessi diversi, come i rivali dell’imperatore Xiang Yu e Han Xin, devono essere estromessi dalla storia e dalla verità) estetici (uno stile fortemente ellittico e spesso ambiguo, che mette in discussione la veridicità delle stesse immagini che vediamo scorrere davanti ai nostri occhi). Sotto tutti questi punti di vista, il film è di grande interesse e porta il genere del film storico cinese in costume a livelli inediti di complessità. Il problema del film è ancora un debito eccessivo nei confronti dei capostipiti del genere impostati da registi come Chen Kaige e Zhang Yimou: uno stile troppo rigido, fatto di immagini perfette e ritualizzazione dei gesti, che, per quanto giustificato, poteva essere superato e infranto in favore di soluzioni meno estetizzanti. L’altro problema, comune a molte altre pellicole dello stesso genere, è una sceneggiatura eccessivamente pesante che fatica ad essere trattata in modo chiaro e distinto sul grande schermo. La percezione è quella di avere davanti un film troppo “scritto” e verboso, che avrebbe necessitato di molto più delle sue due ore effettive di durata per veicolare una mole così grande di contenuti e spunti di riflessione.

 Al di là dei suoi limiti, The Last Supper è un film estremamente interessante che segna una evoluzione e, si spera, un punto di non ritorno nel cinema storico cinese, finalmente libero di raccontare quella “storia selvaggia” (yeshi) che è controcanto del potere e riflessione critica sulla propria identità, al di là dello spettacolo e degli stereotipi di genere. Lu Chuan si conferma regista intelligente e capace, che cinefili e critici farebbero bene a tenere d’occhio.

[scritto per gbtimes]

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