Il logos, l’Idea e la Storia

[scritto per Artribune, aggiornato con alcune integrazioni]

Lincoln mostra l’epopea parlamentare del Tredicesimo Emendamento: una battaglia per la civiltà di grande attualità. Ma è mai stata vinta? Nel frattempo, continuano le polemiche per Zero Dark Thirty, e Tarantino dice la sua sul rapporto tra cinema e storia…

Lincoln

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L’Abraham Lincoln interpretato Daniel Day-Lewis è innanzitutto un cantore, un narratore. Ed è la parola la prima protagonista di un film che cerca di rifondare sul logos la mitologia e l’epica degli Stati Uniti d’America. Non sono i campi di battaglia e le corazzate a dominare i piani di Lincoln, l’ultimo film di Steven Spielberg: la guerra è là fuori, percepita ma mai pienamente vissuta in una pellicola che è innanzitutto dramma da camera, conflitto di coscienze e visioni del mondo. La storia dell’eroe nazionale americano scava nelle profondità e nei contorni dell’uomo Abraham Lincoln. Uomo spesso debole e piegato dalle proprie personali tragedie.

Il film si concentra sugli ultimi mesi della vita del sedicesimo presidente americano e del travagliato passaggio di quel Tredicesimo Emendamento che segnerà la fine della schiavitù negli Stati Uniti. Lincoln è statista risoluto e controverso, disposto a tutto pur di vincere la sua battaglia. Buona parte dell’azione si svolge nelle sale e nei corridoi della politica. Politica tutt’altro che trasparente, dominata da egoismi individuali e corruzione. La democrazia è un affare sporco; eppure, grazie ad essa, il popolo americano si è emancipato dal proprio vergognoso passato.

Ma è davvero così? La storia che Lincoln propone è, ad un primo livello di lettura, un mito fondativo, punto di scaturigine di un vettore storico puntato verso il futuro. Eppure, alcuni indizi suggeriscono che il vettore sia incurvato verso il passato, fino ad assumere la forma del cerchio, o della spirale. Lincoln parla della democrazia americana di oggi, divisa tra le forze del passato e quelle del futuro. La guerra civile non è mai finita, sembra suggerire il film: i temi della divisione sono diversi, ma la grande frattura tra due Americhe possibili e tra loro contradditorie non è mai stata sanata.

Uno dei compiti dell’arte, e del cinema in particolare, è immaginare nuove storie e nuove narrazioni. Sanare le ferite con le immagini e, paradossalmente, con le parole. Dopo la morte di Lincoln, la sua immagine si fonde con quella della fiamma della candela: l’uomo si confonde con la sua Passione. Dietro la fiamma restano le parole, discorso di civiltà pronto ad essere (finalmente?) raccolto dai posteri.

La schiavitù è al centro di un altro film recente e difficile da ignorare: Django Unchained, di Quentin Tarantino. In questo caso, la storia è oggetto di esplicita sovrascrittura creativa. Qui la schiavitù è effettivamente al centro della scena, e permea l’intero film con realismo a tratti brutale. Ma la riscossa dello schiavo assume i tratti controversi della violenza “giusta” e della lex talionis, l’occhio per occhio. Una risposta a David W. Griffith, a quasi un secolo dal seminale Birth of a Nation, di segno opposto ma non meno ambigua in intenzioni e risultati.

Entrambi i film, Lincoln e Django, hanno comunque contribuito a riaccendere una riflessione storica sul torbido passato americano, ormai retrocessa ai territori del rimosso. Il problema, allora, è veicolare attraverso il cinema l’idea di una storia non lineare, dove il passato coesiste al presente e lo feconda invece che ridurlo, semplicisticamente, a una catena di anelli che combaciano perfettamente. Problema fondamentale per vincere il gambetto di cinema e storia. L’attualità – l’ambiguità – di questo rapporto risulta evidente si si guarda alle interminabili polemiche sorte attorno ad un altro film, Zero Dark Thirty.

L’accusa è quella di ambiguità: nel film della Bigelow parrebbe che la tortura sia stata uno strumento utile per scovare e uccidere Osama Bin Laden. Problema di montaggio: in un film che marcia senza indugi verso la sua inevitabile conclusione – il cadavere di Bin Laden –, mostrare la tortura all’interno di una catena di eventi dal finale già scritto implica, secondo alcuni, che questa abbia contribuito al successi dell’operazione. Il film mostra, interpella lo spettatore senza commentare. Poche parole e molte immagini facili da fraintendere: quasi a ricordarci che le immagini sono sostanza scivolosa, materica e refrattaria nella loro irriducibile polisemia.

Al di là delle polemiche, il discorso pubblico su questi film ci ricorda il ruolo dell’arte nel costruire criticamente il passato e nel permetterci di ricordare attraverso le sue forme (il caso di Diaz, il film di Daniele Vicari, è ancora fresco per noi italiani: una macchia, appunto, impossibile da cancellare). I tre film affrontati ci propongono approcci diversi ma complementari. Il neoclassicismo di Lincoln, il cinema-reportage di Zero Dark Thirty, la cinefilia storica di Django Unchained sono i tentativi della nuova Hollywood di pensare e mostrare problemi complessi rinunciando allo spirito naïf del vecchio cinema di consumo. Le domande che ci pongono sono tragicamente attuali. Al di là, forse, delle intenzioni dei singoli cineasti, ad emergere dalle immagini è soprattutto un appello alla memoria, alla ragione, all’interpretazione.

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