Intanto, in Cina… il ritorno col botto di Wong Kar-Wai

[scritto per Artribune.com]

The Grandmaster è uscito nelle sale cinesi l’8 gennaio. Molte reazioni positive e qualche critica: nel complesso, il film regge più che bene le prove di critica e botteghino e si prepara a sbarcare in Europa in occasione della Berlinale 2013.

Cinefili, giornalisti e critici di mezzo mondo attendono con trepidazione la data del 7 febbraio, giorno di inaugurazione della Berlinale 63. A sei anni dal suo ultimo film (Un bacio Romantico, 2007), Wong Kar-Wai ritorna in pompa magna per aprire uno dei principali festival cinematografici europei, del quale sarà anche il presidente della giuria. The Grandmaster, opera travagliata di un autore allergico ai calendari e notorio per la sua anarchia produttiva, parteciperà alla kermesse berlinese, ma fuori concorso.

Nel frattempo, dall’altra parte del mondo i giochi sono già fatti. The Grandmaster ha debuttato in Cina in data 8 gennaio, guadagnando circa 26 milioni di dollari in pochi giorni e sconvolgendo i giochi di una stagione a dir poco imprevedibile per il cinema cinese. Stagione nella quale sono stati stracciati tutti i record per una cinematografia che, per volume di affari, si avvicina alla quota dei tre miliardi di dollari e si prepara a superare quella statunitense in meno di dieci anni. E non è un caso che il film sia stato presentato a Beijing prima che a Hong Kong: segno di un ciclo che si sta chiudendo e di una nuova era del cinema orientale, il cui indiscutibile baricentro sarà la Repubblica Popolare Cinese.

L’accoglienza riservata da critica e pubblico per The Grandmaster è stata sostanzialmente positiva: molti critici hanno decisamente apprezzato l’approccio originale del regista al genere wuxia, il film di arti marziali, e parlano di eccezionale risultato estetico e culturale, scomodando paragoni con i più grandi classici del genere (e anche con titoli meno classici e sopravvalutati, come il celebre Hero di Zhang Yimou). Secondo altri critici, specialmente occidentali o di Hong Kong, il film non è del tutto convincente: per questi ultimi, l’ultima fatica di Wong non raggiunge il livello dei suoi primi capolavori (tra cui ricordiamo Hong Kong Express, Days of Being Wild, In The Mood for Love e Happy Together) e si impantana in una trappola stilistica troppo compiaciuta, dove le singole parti sono migliori del film nel suo insieme.

The Grandmaster è incentrato sulla figura di Yip Man, maestro di arti marziali e precettore dell’assai più noto Bruce Lee. Non è la prima volta che il cinema si dedica a questo personaggio: è di pochi anni fa un altro biopic sullo stesso personaggio, ad opera di Wilson Yip (Ipman, 2008), degno rappresentante di un certo filone del cinema di arti marziali contemporaneo, in equilibrio precario tra spettacolo, nazionalismo e melodramma.

Ma The Grandmaster è pellicola ben diversa da Ipman e relativi sequel e prequel, secondo i pareri di spettatori e critici cinesi. Il film riconferma la poetica di Wong Kar-Wai, più interessato alle relazioni tra i personaggi e alle geografie emotive che ad improbabili coreografie. E il certosino lavoro di ricerca alle spalle del film dà i suoi frutti: lontano tanto dalla genericità mitologica dei film in costume quanto dalle pesanti sceneggiature da film storico, Wong si cimenta in una ricostruzione sontuosa e immaginifica della Cina di inizio Novecento. Un film che travalica i generi tradizionali o, almeno, prefigura una “terza via” tutta autoriale al cinema di arti marziali, alternativa al realismo filologico ben rappresentato da Xu Haofeng così come dallo spettacolo coreografico debordante dei wuxia più manieristi.

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