Il fardello del critico militante

Come promesso, ho deciso di tornare sui miei appunti di critica cinematografica e ampliare un discorso raffazzonato, che credo meriti un po’ di approfondimento. Cercherò di rendere conto del senso di insoddisfazione che provo nei confronti di certa critica cinematografica contemporanea, come quella che capita spesso di leggere su riviste di cinema o molti portali online.

Sembra che l’articolo di Luigi Abiusi pubblicato su Uzak 9 possa costituire un buon punto di partenza. Abiusi auspica un cinema e una critica militanti, capaci di esplorare a testa bassa gli anfratti del reale e le pieghe dell’immaginario (due insiemi indecibili e indiscernibili, come ricordava Deleuze). Militanti in quanto capaci di associare e connettere autori e percorsi di realtà, diffondere immagini e dunque idee e concetti. Una critica intrinsecamente politica in quanto etica, esistenziale, estrusa nella carne del mondo [1].

Difficile non condividere la posizione di Abiusi, che ha ben chiaro il ruolo della nuova critica italiana (giovane, incendiaria, cosciente di costituire alternativa radicale a una cultura cinematografica di massa succube di banalità e malata di “recensionismo”) nel ridefinire i confini del discorso sul cinema contemporaneo. Eppure, c’è un aspetto della critica che, mi pare, non viene sufficientemente delineato ed è opportuno chiarire per evitare il rischio di una militanza sterile, autodistruttiva e strategicamente acefala.

Il rischio insito in una “critica militante nella misura in cui individui vie dialettiche ed estetiche (quindi politiche), potenziali, inedite, di conformazione del reale, perfettamente confuso con l’invisibile, con l’invenzione” è quello di una deformazione del cinema nel nome dell’idea, del concetto. Di filtrare dati carichi-di-teoria da questo o quel film, per farne emergere il concetto desiderato e postulato a priori, il tutto sotto l’egida di un associazionismo più o meno libero che fa della critica cinematografica – di questo genere letterario così strano – un pastiche incontrollabile e irriducibile al rigore, stringente e razionale, di un’argomentazione. Era proprio questa l’accusa che David Bordwell mosse a Slavoj Žižek qualche anno fa, a chiosa del libro di quest’ultimo dedicato al cinema di Krzystof Kieslowski [2].

Disclaimer: amo Žižek, autore istrionico che leggo con grande piacere, ma lo considero un cattivo critico cinematografico. La sua prosa, sorprendente e disorientante, percorre senza soluzione di continuità autori e idee completamente diversi. Attraverso una lettura che Bordwell definisce impressionista e associazionista, Žižek è in grado di estrarre dai testi (i film di Kieslowski, in questo caso) una interpretazione suggestiva ma arbitraria, coerente con i temi e le ossessioni dell’autore sloveno, il tutto sotto la luce benevola di Lacan ed Hegel. In altre parole, un abuso dell’ermeneutica. L’interpretazione sostituisce invece che integrare il testo e costruire un discorso a parte del testo.

Piaccia o meno, il critico cinematografico medio è ben lontano da un’impostazione teorica hegaliana o lacaniana. E i tempi della Grande Teoria Onnicomprensiva del Tutto sono finiti. Ma il rischio, mutatis mutandis, è ad oggi il medesimo: da una parte, la sottomissione del testo all’idea critica, o idea del critico; dall’altra, la riduzione della critica cinematografica a letteratura schierata, estranea al cinema, cri de coeur di cui le immagini non sono che l’ombra sullo sfondo su cui il testo è proiettato.

Può capitare così che, ripetendo l’errore di certa Nouvelle Vague, si finisca ad elogiare e celebrare film e autori radicalmente alternativi, a prescindere dal valore intrinseco delle singole opere. Che un cinema di frammento e avulso alla narrazione sia celebrato in quanto cinema di frammento e antinarrativo, senza considerare le giustificazioni (interne al film) di queste scelte e la loro riuscita sul piano del cosiddetto linguaggio cinematografico, dell’espressione e del contenuto all’interno del mondo postulato nel film.

Il rischio, in altri termini, è quello di produrre migliaia di pagine di immagini e concetti incapaci di attecchiare sul corpo del cinema. Di ottenere risposte scontate, frutto di prese di posizione aprioristiche e reazioni emotive. Di non cogliere le nuove domande che il cinema ci pone. Il paradosso è che, a un eccesso di critica (o meglio: un eccesso di critico rispetto al suo oggetto di analisi), corrisponda una genericità e un conformismo più generale nell’approccio alle opere e agli autori. Militanza, certo: ma miope, vana.

Faccio un esempio qualsiasi, anche per uscire da una prospettiva troppo peninsulare: penso a un critico – che peraltro stimo moltissimo, finissimo osservatore del cinema francese e grande esperto di Godard – come Richard Brody, che di fronte a certi autori vede rosso e carica come un toro, a testa bassa. La sua antipatia per Michael Haneke (di natura estetica ed ideologica, ma spesso non sufficientemente supportata da solide argomentazioni) porta a invettive leggendarie, come questa [3].

Si tratta di una certa idea di militanza, post-ideologica ma comunque ricca di “-ismi”, che andrebbe refutata in quanto scivolosa e troppo affine a percorsi critici che in passato si sono già dimostrati deludenti e fallimentari. La militanza “benigna” è invece un bene prezioso, di tutt’altro genere, e andrebbe valorizzata e sostenuta.

La militanza a cui mi riferisco è quella che, fedele ai testi, ne fa un uso pragmatico e consapevole. Che attraverso i testi, sia capace di un rinnovamento estetico e, soprattutto, etico e politico. Non evocando immagini e associando autori per somiglianze e impressioni (non solo, almeno), ma situando l’autore (e il critico) rispetto al film e costruendo un discorso nel film che ne faccia emergere la ricchezza e la capacità di ristrutturare lo sguardo e la nostra soggettività. Questo è quello che ritiene, ad esempio, Giancarlo Alfano in un ambito affine, quello della critica letteraria:

poiché la letteratura «presuppone un soggetto perché lo finge», poiché la letteratura costruisce un mondo abitabile e disponibile ad attivarsi in qualunque momento, la letteratura è allora uno dei luoghi preferenziali in cui possa avvenire la soggettivazione […].[4]

Discorso tanto più valido, direi, per il cinema, che prima di presupporre o descrivere uno sguardo, è esso stesso uno sguardo: un guardare al quadrato o al cubo. Il cinema è strumento potentissimo di creazione di soggettività, uno dei “luoghi preferenziali in cui possa avvenire la soggettivazione” ed emergere la consapevolezza: estetica, etica, politica. Questa attività creativa richiede di restare accanto all’opera e produrre un commento intessuto di immagini, che ne ricostruisca lo sguardo e le strategie, senza negare la complessità e l’ambiguità. E senza giudizi di pancia, che andrebbero lasciati alle guide TV e ai siti di cinema “pop”.

La seconda funzione di questa “militanza consapevole” consisterebbe, senza dubbio, nel ricordare. Funzione connettiva tra passato e presente, scoperta di rapporti tra passato e futuro. Credo sia importante attingere alla memoria e all’archivio, alle immagini del cinema commerciale così come a quelle del cinema alternativo e non ufficiale. Questo è il senso di molta pratica documentaria, come accade in Cina e come è stato teorizzato da autori come Ou Yuan, il cui bieguan (“archivio alternativo”, che in cinese suona molto simile a “lasciami in pace” o “non preoccupartene”) indica una direzione del cinema che un critico indipendente e militante non può ignorare [5]. Una controstoria delle immagini è della memoria è la seconda faccia, ineludibile, di un discorso serio sulle immagini come strumenti di significato, comprensione, emancipazione…

Da qui discende la terza caratteristica fondamentale di una critica militante consapevole: il confronto continuo e la costituzione di una voce intersoggettiva. Una voce che presuppone, certo, un critico inteso innanzitutto soggetto di conoscenza, ma sempre al netto di un discorso condiviso che spesso viene a mancare, sostituito dalla logica di posizioni e schieramenti irriducibili. Un critico consapevole dovrebbe essere voce all’interno di un dialogo, online come offline, che cerca, per approssimazioni successive, di costruire una conoscenza condivisa e condivisibile. Condizione a dir poco seminale, di vitale importanza affinché la letteratura critica non si perda in mille rivoli e flussi di coscienza, sedotta dalle proprie parole, dai concetti più seducenti e dalle immagini-figure (retoriche o meno).

Tre condizioni o chiavi, dunque: creazione di consapevolezza o soggettivazione, memoria, dialogo. Condizioni essenziali per le ragioni sopra descritte, ma non solo: sono prerequisiti auspicabili anche perché istituiscono un territorio di comunicazione condiviso, una piattaforma per un discorso sul cinema che sia poroso e aperto al confronto con il mondo là fuori. Non basta scoprire il cinema che conta davvero, quello “alto”: è altrettanto importante parlarne con rigore e chiarire perché è importante, come può aprirci gli occhi, su quali basi argomentative. Potremmo dire, tra il serio e il faceto: meno cinefilia e più cinesofia.

Se vogliamo che la critica, quella rilevante ed engagé, abbia un impatto di qualche tipo sui gusti e sulle soggettività dei propri lettori – se si vuole che la critica sia prassi e non solo celebrazione e letteratura esoterica per noi amiconi cinefili -, credo che questa sia una strada obbligata. Il rischio, in caso contrario, è quello di un isolamento sdegnoso ed egotista, di un discorso critico ridimensionato a balbettio o scrittura (semi)automatica, autocelebrativa e labile nelle fondamenta.

Riferimenti:

[1] Luigi Abiusi, La militanza è critica (anche in rete), http://www.uzak.it/lo-stato-delle-cose/314-la-militanza-e-critica-anche-in-rete.html

[2] David Bordwell, Slavoj Žižek: Say Anything, http://www.davidbordwell.net/essays/zizek.php

[3] Richard Brody, Michael Haneke’s Sterile “Amour” , http://www.newyorker.com/online/blogs/movies/2013/01/michael-hanekes-amour-reviewed-by-richard-brody.html

[4] Giancarlo Alfano, Fare cose con i Testi, in La Libellula 3, Anno 3, Dicembre 2011, 30-31, http://www.lalibellulaitalianistica.it/blog/wp-content/uploads/2011/12/Giancarlo-Alfano.pdf

[5] Chris Berry e Lisa Rofel, The New Chinese Documentary Film Movement: For the Public Record, Alternative Archive, 137.

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