Acciaio – Recensione

Acciaio è la storia di un’amicizia  e di una crescita, la rappresentazione di una provincia impoverita e disorientata, il decadimento di un sistema di valori. Forse racconta troppe cose, e il risultato non convince del tutto su nessuno dei fronti

Tratto dall’omonimo romanzo di Silvia Avallone, Acciaio è un racconto di formazione, il travaglio della crescita di una coppia di amiche in un contesto post-operaio, post-industriale, post-ismi. Il mondo della fabbrica è il microcosmo e il centro pesante di una storia che, purtroppo, perde la presa sulla propria materia narrativa e fatica a chiudere il cerchio. Quello che rimane è uno scarto, la sensazione di un’occasione non colta appieno.

Anna (Matilde Giannini) e Francesca (Anna Bellezza) sono due quattordicenni della periferia postindustriale. Per crescere, non possono contare che su loro stesse. La famiglia di Anna è fragile: un padre assente e decisamente troppo furbo, un fratello operaio e una madre debole e sottomessa. Francesca ha un padre che sembra abusare di lei. L’amicizia tra le due si incrina quando Anna si innamora di un ragazzo molto più grande di lei. La storia del film è la storia della loro separazione, e del loro possibile ritrovarsi.

Dalla storia delle due protagoniste si irradiano quelle degli adulti: un mondo distante, apparentemente stabile ma in realtà divelto da rimpianti, ossessioni, ambizioni. Una tensione divide i personaggi tra coloro che sognano un altrove diverso e fumoso, come le due ragazze e il padre ambizioso che non vuole morire operaio, e chi lotta per difendere quel poco che ha, le proprie amate prigioni. Come Alessio, il fratello maggiore di Anna (un Michele Riondino bravo e impeccabile), e la sua vecchia fiamma (Vittoria Puccini), che ha provato a fuggire, inutilmente. Tra un personaggio e l’altro gelosie, passioni, debolezze, ambizioni. Il paesaggio umano è una rappresentazione di solitudine e frustrazione senza limiti.

Il paesaggio vero e proprio, invece, è claustrofobico e privo di spiragli e brecce. La storia di Acciaio si dipana in tre luoghi diversi, e nell’area liminale di attrito tra di essi. Innanzitutto, c’è la fabbrica, l’incrollabile mito del progresso, oggi ridotto alla carcassa di se stessa. Il fuoco delle fonderie, pur non avendo perduto nulla del proprio fascino, ha tuttavia perso ogni sacralità, la sua aura è irrimediabilmente perduta. Poi ci sono le strade di paese e la campagna, la spiaggia: un esterno volutamente polveroso, asciutto, privo di profondità, e la promessa di un altrove che i confini del fotogramma non possono che suggerire. Infine, ci sono i casermoni di via Stalingrado, palcoscenico di una tragedia famigliare che ha come protagonisti operai disperatamente soli, genitori sofferenti e incapaci di comprendere un mondo che non riconoscono, adolescenti disorientati tra il Locale e il Globale.

Gli elementi per un film potente e compiuto ci sono tutti. Eppure, qualcosa smette di funzionare, il meccanismo si inceppa nel momento in cui dovrebbe girare a pieno regime. La pellicola sembra indugiare sugli elementi meno interessanti, quelli che abbiamo già visto in migliaia di altre storie di adolescenti: amicizie infrante, morbosità, disorientamenti raccontati senza particolare vividezza. Una storia già vista in quanto attuale ed eterna, certo; ma, in Acciaio, a mancare è l’espressione dell’unicità del contesto. L’intreccio dei personaggi e delle loro relazioni galleggia sulla supeficie dell’immagine e non arriva dentro il paesaggio.

Forse soverchiato da una sceneggiatura troppo ambiziosa e da un romanzo difficile da maneggiare, il regista Stefano Mordini racconta troppo, e troppo poco: troppe storie, coraggiosamente separate tra loro, ma il cui accostamento appare forzato e poco convincente. Troppo poco si dice invece del contesto, dei rapporti tra i personaggi: prese nel loro insieme, le singole storie non fanno una Storia, e nessuno dei personaggi adulti sembra pienamente giustificato a trovarsi nel film.

Film e romanzo hanno in comune l’ambizione alla struttura: quando questa cede o si rivela inadeguata, l’arbitrarietà penetra nelle crepe e la narrazione si perde in dettagli che non riverberano e muoiono nel loro bruciarsi. Resta l’epidermide delle cose, incarnata nella bellissima fotografia di Marco Onorato che, con i suoi colori asciutti e sporchi, ci fa gustare delle immagini di grande potenza. In questo senso, gli attori sembrano quasi degli elementi di troppo all’interno del quadro, degli ostacoli all’osservazione.

A contribuire a questo scollamento tra narrazione e contesto è la regia, che insiste sui primi piani e su una claustrofobica bidimensionalità dell’immagine. Una scelta forte, di cui si possono comprendere le ragioni a monte. Eppure, la complessità della storia e la ricchezza del contesto avrebbero beneficiato, forse, di una maggiore ricchezza espressiva, di un’osservazione più insistente del paesaggio umano e naturale che determina i personaggi e i rapporti. Le bellissime e poetiche sequenze in fabbrica, con un sapore quasi documentaristico (c’è anche un inserto documentario d’epoca, a suggellare un patto di realtà con il nostro mondo operaio), sono una meravigliosa eccezione, ma insufficiente a trasformare un’opera senza infamia e senza lode quale è Acciaio in un film davvero memorabile.

(scritto per doppioschermo.it )

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