Mo Yan, Zhang Yimou, Sorgo Rosso.

Passate alcune settimane dal conferimento del premio Nobel per la letteratura a Mo Yan, raffreddata l’atmosfera mefitica delle polemiche e delle diatribe di basso livello, è forse il momento di avviare una riflessione più pacata e puntuale.

Mo Yan non è un personaggio facile da inquadrare da un punto di vista politico – il che non stupisce nessuno, data la sua proverbiale cautela. Il fatto che, pur di essere pubblicato, abbia scelto la strada del compromesso, della critica soft o della vera e propria connivenza con il regime come sostiene qualcuno, può essere condivisa o meno. Non sarebbe una novità assoluta: prima di lui, hanno battuto questa strada tanti altri artisti (come nel cinema cinese è accaduto per Zhang Yuan, Zhang Yimou e, in parte, Jia Zhangke).

Di che stiamo parlando, nel caso di Mo Yan? Boicottaggio di eventi letterari “fortemente sconsigliati” dal governo cinese, responsabilità importanti entro i confini della letteratura cinese istituzionale (vicepresidenza dell’associazione nazionale degli scrittori cinesi); scomodi silenzi. E concessioni ambigue come quella secondo cui a volte “la censura è necessaria”. Mo Yan, che certamente è staro capace anche di sferzante critica sociale – lo dimostra il suo romanzo Rane, sulla questione spinosissima degli aborti forzati e della politica demografica –, è comunque tutt’altro che un dissidente. Di certo, è una persona molto cauta e non ambisce a diventare persona non grata in patria.

Quello che dovrebbe interessare di più, almeno per ora, è invece la sua letteratura e, soprattutto,  quello che questa ha prodotto. Parlo di un film fondamentale nella storia del cinema cinese come Sorgo Rosso (1987), di Zhang Yimou, tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore. Da una narrativa evocativa, sbrigliata e vitale fino al sensualismo puro non poteva che germinare un cinema caldo, un’immagine di emancipazione e liberazione.

Sorgo Rosso è, a livello estetico, una danza ritmica di colori e pulsioni. Come capita raramente nella storia del cinema, il film rinuncia a raccontare la realtà come sequenza di ventiquattro fotografie al secondo ed affonda languidamente nell’oceano della memoria. Il romanzo è la base, la materia da plasmare, ma Zhang Yimou non si lascia soverchiare, preferisce ridurre la portata del film e coglierne l’essenza, appunto, ritmica. Eliminate tre sezioni su cinque del romanzo, ridotti i personaggi all’osso, restano soltanto opposizioni fondamentali. L’uomo, la donna; i fratelli, i nemici. La natura e la tecnica.

In questo senso, Sorgo Rosso è cinema-cinema, ovvero cinema allo stato puro. La sceneggiatura è solida ma non diventa testo, le parole non sono mai necessarie per comprendere le immagini. Conta la storia, intesa come una leggenda evocata dalle immagini della memoria. Come ogni leggenda, è immortale e indipendente dal contesto, sia esso cinese o meno. Si tratta di una storia universale, e per questo è stata apprezzata anche in Occidente.

Una storia connotata da una caratteristica fondamentale: l’oralità. Le immagini, con il loro lessico di emozioni ed evocazioni, rinunciano alla “scrittura filmica” intesa come strumento per disciplinare il flusso della rappresentazione. Sono diversi gli indizi che ci suggeriscono la natura immaginaria della storia raccontata nel film. I colori hanno una vividezza impossibile nella vita reale, i rumori sono sublimati in suoni e melodie. In quanto Immaginario, il film fa il possibile per rinunciare al Simbolico. Oralità, appunto.

La sincerità che ne consegue è quella della écriture automatique surrealista, o delle parole in libertà. Non è una storia appresa a memoria e più volte ripetuta, ma quella improvvisata davanti agli astanti, quella del menestrello o del buffone che affascina gli avventori della capanna nell’Andrei Rublev di Tarkovskij.

E allora l’esplodere improvviso e spaventoso della violenza non potrà che atterrire lo spettatore, abituato da film molto meno coraggiosi ad essere avvisato, preparato, anestetizzato a fronte di una violenza quasi sempre codificata e ridotta a pura, innocua forma. La violenza di Sorgo Rosso è sangue senza memoria, senza spiegazione – proprio perché il trauma è negazione della memoria, apertura orizzontale che risucchia qualsiasi narrazione. In altre parole, Sorgo Rosso è una delle più efficaci e pure rappresentazioni cinematografici della violenza e del trauma.

Il merito di un risultato così elevato è tanto dello scrittore quanto del regista Zhang Yimou – che in futuro tentò di nuovo, con minor successo, di girare un film basato su una storia dello scrittore dello Shandong, e che ormai da anni delude quelli che prima erano i suoi fan. Per pietà, evitiamo di infierire su Hero o Flowers of War. Questo nulla toglie alla pellicola e alla sua innegabile bellezza, tanto più che, da lì a pochi anni, molto del cinema sulla falsariga di Sorgo Rosso perderà la propria purezza e scadrà in un triste esotismo.

E Mo Yan? Il merito è anche suo, della densità della sua scrittura. Scrittura autentica e universale, dunque cinema in essere. Per questo motivo, lo scrittore di Gaomi merita la gratitudine e il riconoscimento di letterati, sinologi e, per diretta filiazione, cinefili.

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