Milano Film Festival: un bilancio

Uno spettro si aggira per lo Stivale ed il suo nome è – manco a dirlo – Marco Müller. Dopo la vittoria coreana di Venezia, anche il festival di Milano premia il cinema orientale. In questo caso si tratta del valido China Heavyweight, opera documentaria seconda di Yung Chang, documentarista sinocanadese già noto per l’ottima prova dimostrata nel precedente Up The Yangtze. Raccontare la storia di una sconfitta e renderla un affascinante, tragico racconto corale del vorticoso girare della Cina contemporanea: Yung Chang, che ritorna alla sua terra con il rigore dell’antropologo e la passione del cineasta, ci regala un documentario godibile anche per chi cinefilo non è.

Per un festival multiculturale e coraggioso come il Milano Film Festival, premiare un documentario è una scelta giusta e quasi necessaria. Dei dodici film in concorso, tutti validi con l’eccezione del francamente imbarazzante Francine, quasi tutti mostravano un’anima documentaria o giocavano sul terreno liminale tra soggetto e documento. L’intreccio tra narrazione ed episodi documentari di La Playa D.C., la visionarietà al confine tra corporeo e immaginario di Tiens Moi Droite, la sincera, intransigente purezza di Un gand, un vis, Doyle…si-un pix: ogni film del festival è stata una voce unica e riconoscibile, un modo specifico di intendere il rapporto tra la settima arte e il mondo di cui è, allo stesso tempo, l’oracolo e lo “specchio senza memorie” (Linda Williams).

I cortometraggi presentati al festival sono stati altrettanto interessanti, se non di più. Molti di essi hanno dimostrato inventiva e coraggio nell’esplorare le profondità dei grandi sentimenti umani e, soprattutto, il cinema stesso come creatore (e smascheratore) di immaginario. Smascherare le falsità e rivelare il corpo nudo del potere sono state le bussole per altri due eventi importanti: il seminario di Silvano Agosti su potere ed impotenza e il ciclo di film “Colpe di Stato”. A riprova che il cinema non è stato soltanto uno strumento di alienazione e può (deve) essere un percorso di emancipazione e liberazione.

Ma è nella retrospettiva sul cinema anni Ottanta che la passione cinefila di chi ha creato e gestisce il Milano Film Festival ha dato del suo meglio. Oltre alla proiezione dei grandi film di un decennio di transizione e ricco di contraddizioni (quando, come ci ricorda il titolo della retrospettiva “la televisione provò a mangiarsi il cinema”), l’evento è stato un’occasione di dialogo e scambio con registi e autori su una piattaforma di equità e sincerità ormai difficile da incontrare nei discorsi del cinema. Uno scambio proficuo di idee tra presente e passato e tra i loro protagonisti, con insospettabili somiglianze e irriducibili distanze. La conclusione provvisoria di questa ricerca, in attesa del “secondo tempo” alla prossima edizione del MFF, è nelle parole di Renzo Rossellini: “Il cinema è nato muto, facciamo in modo che non muoia sordo e cieco”.

Se è possibile azzardare un bilancio per l’ultima edizione del festival milanese, chi scrive considera l’esperienza di quest’anno come largamente positiva. Alcuni difetti organizzativi e scelte logistiche poco felici non hanno minato, nel complesso, l’atmosfera straordinaria che si è respirata, fino alla scorsa domenica, nel sagrato del Teatro Strehler e dentro le sale: passione e condivisione, dialogo e scoperta. Non solo cinefili, non solo pensionati: il grande successo del MFF è avere coinvolto così tanti giovani e appassionati senza fare alcuna concessione in termini di qualità. Un piccolo miracolo a Milano.

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