MFF 2012 – Recensione La Playa D.C.

LA Playa D.C. – Recensione

La Playa D.C. è la storia delle nuove identità del ventunesimo secolo, tra globale e locale, legami famigliari e libertà.

Juan Andrés Arango è un giovane cineasta colombiano, già autore di alcuni documentari. La Playa D.C, selezionato tra i dodici partecipanti al concorso Lungometraggi del Milano Film Festival, è la sua prima incursione nel cinema a soggetto. Ma, a ben vedere, la cesura con il passato non è poi così netta: secondo le dichiarazioni del regista, i suoi film precedenti avevano una forte impronta personale e raccontavano, con i mezzi del cinema non fiction, una storia. Un punto di vista e una prospettiva consapevoli della propria limitatezza, come nei migliori esempi di documentario contemporaneo.

Tomas è un ragazzo afrocolombiano che lascia il suo villaggio natale per andare a cercare il fratello nella grande metropoli, Bogotà. Questa è l’ossatura minima che sorregge il film. A questo livello narrativo di base se ne aggiungono almeno altri tre, che si intrecciano e si confondono: il rapporto tra Tomas e la sua famiglia, tra Tomas e la città-personaggio e tra passato e presente, tra tradizione e modernità.

La relazione conflittuale tra Tomas e i suoi genitori lo spinge ad abbandonare la casa del Padre, ucciso dai paramilitari e sostituito da un altro uomo, una guardia giurata odiata dai suoi figliastri. Lui è l’ultimo dei tre fratelli ad andarsene: il più piccolo è diventato un corriere della droga e un tossicodipendente, mentre il fratello maggiore si barcamena tra mille mestieri e cerca di abbandonare il paese e costruirsi una nuova vita. L’identità di Tomas si forma a contatto con questi e tanti altri “maestri” di vita improbabili ma necessari, incontrati nel tempo presente infinito della macchina da prese, che si estende nel labirinto dei vicoli e delle baracche di Bogotà.

Durante la ricerca del fratellino fuggito di casa, Tomas mette in discussione tutta la sua vita. Il futuro è un foglio bianco, mille sentieri possibili e mille culture e simbologie ansiose di colonizzarlo. Sradicato ogni rapporto con il passato, Tomas impara il mestiere del barbiere. La cultura delle trecce di capelli, tramandata di generazione in generazione, si ibrida con la cultura globale delle comunità etniche afroamericane e dell’hip-hop. Tastando il mondo e facendo esperienza in questo limbo di povertà e di sogni, Tomas cresce e si fa uomo. Ma diventerà adulto solo alla fine, quando i sogni cozzeranno tragicamente contro il velo del reale e sarà costretto a prendere una importante decisione. Andare via, o restare?

Dunque è questa la storia. Ma la storia di Tomas è il risultato di accostamenti e silenzi, di una selezione di cocci di realtà prima che un flusso diegetico sicuro, chiaro e distinto. In effetti, ciò che più colpisce in questo film è la costante e diligente tessitura di (piccole) narrazioni e (piccoli) documenti. Molti degli episodi raccontati sono realmente accaduti e contribuiscono ad orientare la storia, che fa la spola da uno all’altro. Il risultato è un film di storie al minuscolo e piccoli fatti che scivolano, semplicemente, uno nell’altro. Il fatto che i personaggi siano interpretati da attori non professionisti, esistenzialmente vicino alle storie che portano alla vita sullo schermo, rafforza l’impressione di autenticità. A volte, delle brevi sequenze oniriche ci ricordano la natura immaginaria di questo viaggio, l’impermanenza del passato e l’instabilità del presente – instabilità peraltro ribadita da ellissi narrative molto coraggiose, che faranno storcere il naso a qualche spettatore.

La Playa D.C. è una pellicola meritevole di interesse, costruita sul punto di convergenza tra documentario, film a episodi e lungometraggio. Pur con qualche ingenuità e alcune cadute nel ritmo, l’opera prima di Arango riesce a convincere e, cosa più importante, ad aprire prospettive nuove su un mondo probabilmente ignoto allo spettatore. Il fatto che il film sia stato girato con pochi soldi e ancora meno mezzi testimonia dell’impegno e della serietà del regista, che a questo progetto ha dedicato più di cinque anni.

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