“The man behind the courtyard house”, l’orrore imbrigliato

Da appassionato di cinema cinese, ogni occasione di vedere un film horror non può che riempirmi di curiosità. Si tratta di un genere molto poco frequentato in Cina, per una ragione molto semplice: la censura impedisce di fare film che comprendano un elemento soprannaturale. Fantasmi, non morti e altre amenità sono uno dei bersagli preferiti dei censori. Laddove un film contiene elementi di questo tipo, l’unico modo per aggirare la censura è ricondurre il sovrannaturale ad una spiegazione razionale e ad una non meglio precisata “realtà”.

Hilarity ensues. Divieti, tabù e un ufficio di sforbiciatori di pellicole che non hanno nessuna competenza in fatto di arte o cinema (o, nel peggiore dei casi, ne hanno abbastanza da capire quando un regista li sta a cojonà) possono fare danni immensi. Ogni elemento horror deve essere incorniciato in una narrazione coerente e priva di ambiguità, se vuole passare le forche caudine della censura. Spesso, ciò significa introdurre elementi posticci per far quadrare il cerchio: mostri e fantasmi si trasformano, nel finale del film, in semplici incubi, innocue illusioni o, nel peggiore dei casi, robot e automi di vario genere. Avete presente Scooby Doo?

L’orrore, per gli spettatori, è assicurato… peccato che sia il tipo di orrore sbagliato. Un po’ come guardare un film di Uwe Boll.

Quando i dogmi della censura vengono evitati con manovre elusive troppo ampie e ambiziose, il danno è doppio. E’ quanto accade nel film d’esordio di Fei Xing, “守望者:罪恶迷途” (The man behind the courtyard house, 2011). Il regista, che viene dal mondo della televisione, tenta di dirigere una pellicola di ampio respiro, con l’intento di trascendere le regole di genere e costruire una storia che amalgama horror, thriller e critica sociale. L’eccesso di ambizione ha un prezzo: Fei finisce col farla fuori dal vaso (o, come direbbero i cinesi in modo più elegante, 弄巧成拙, nong qiao cheng zhuo).

La prima mezz’ora di film sembra l’incarnazione del Banale orrorifico cinematografico: un gruppo di ragazzi in vacanza decide di passare la notte presso una tipica villa a cortile cinese, ovviamente in mezzo al nulla. Ad accoglierli è un uomo dall’aspetto inquietante e dai modi ancora più sospetti, che si dichiara “lontano parente” dei genitori di uno dei ragazzi. Prendete un qualsiasi film horror senza creatività, e saprete di che tipo di personaggio sto parlando. Sguardo gelido, apparizioni e scomparse improvvise, commento sonoro inquietante, catarsi periodiche.

Per farla breve, l’uomo ammazza un ragazzo e ne manda in coma altri due infilando loro un chiodo nel cranio (e vabbè). La ragazza superstite lo uccide con una martellata dopo una penosa sequenza di lotta e caccia in una stanza buia.

Ora, un regista intelligente, dopo aver inflitto una mezz’ora di (voluta) banalità allo spettatore, potrebbe coniugare creatività e vincoli di censura, decostruendo quanto appena mostrato in modo intelligente, autoironico e intrigante. Forse Fei Xing aveva questo obiettivo. Il film, in effetti, ha una cesura molto forte. Nella seconda parte della pellicola, la storia torna indietro ai giorni precedenti ed esplora la vicenda personale dell’assassino, le ragioni della sua follia.

Il registro passa dall’horror al thriller e al dramma psicologico. I successivi novanta minuti mettono in scena l’incontro in una locanda tra l’assassino, che scopriamo essere un ex galeotto ingiustamente accusato di omicidio e da poco rilasciato, e un funzionario che si occupa di smascherare una presunta frode fiscale. La locanda diventa il luogo di costruzione dell’intento omicida. Alcuni momenti memorabili, come il ballo tra il funzionario e l’elegante locandiera, accentuano il senso di assurdità e di alienazione del futuro omicida, che non comprende il mondo in cui è stato rigettato dopo vent’anni di prigione. Agli occhi dello spettatore, il mostro si trasforma gradualmente da carnefice a vittima dell’ingiustizia, di forze sociali ed egoismi individuali che lo sovrastano e lo schiacciano.

Le premesse sembrano buone. Perché allora il film non funziona? Innanzitutto per la regia: nella prima come nella seconda parte, essa è maldestra e priva di ispirazione. Il trapianto di Fei Xing dalla televisione al cinema non ha attecchito per niente. Il ritmo del film è eccessivamente lento, e si tratta di quella lentezza cattiva che nulla aggiunge alla forza della narrazione. La seconda parte del film si fonda su alcune ottime idee, purtroppo sprecate: dialoghi raffazzonati e forzosi, ritmo pessimo (la tensione crolla sotto zero a metà proiezione) e troppi spunti narrativi, accennati ma abbandonati in modo troppo sbrigativo, demoliscono i buoni intenti che voglio attribuire al regista.

A fine proiezione, gli spettatori che hanno resistito (pochi: il formato delle due ore non aiuta, poco si adatta al genere) se ne vanno delusi e amareggiati. L’ennesima promessa non mantenuta.

Morale: aggirare la censura con frame narrativi più o meno elaborati porta i film ad essere verbosi e privi di mordente. Ci sono, in teoria, molti modi per aggirare questo limite e farne un’opportunità. L’autoironia, ad esempio, potrebbe funzionare. Traslare l’elemento horror in un contesto diverso (la fantascienza, ad esempio), con i dovuti accorgimenti del caso, potrebbe essere un’altra alternativa. L’eccesso di ambizione e la convinzione che qualche buona idea sia sufficiente a portare a casa la pagnotta, no. Affogare l’elemento horror in un calderone di generi e tematiche diverse è altrettanto deleterio, a meno che dietro la macchina da presa ci sia un fuoriclasse. Fei Xing, purtroppo per noi sinofili e cinefili (sinocinefili?), non lo è.

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