Diaz (e tre). Verità al plurale e rappresentazione

A costo di risultare monotono, credo sia il caso di tornare nuovamente sull’ultimo film di Vicari. Anche perché, come previsto, la pellicola ha scatenato un grande dibattito e altrettante polemiche. Per fortuna.

Premessa pretenziosetta: ci sono tanti modi di scrivere di cinema. Le recensioni o i “pensierini” a caldo sono la forma più semplice e transeunte. Esiste tuttavia una scrittura di più ampio respiro: questa, sì, è critica cinematografica. La critica, lungi dall’essere interessata a pregi e difetti di tale o talaltra pellicola al fine di dare un voto in stelline, pallini o biscottini, si occupa di leggere le relazioni, di cogliere cosa è realmente in gioco. Nel caso di “Diaz”, ad essere in gioco è lo statuto stesso dell’immagine nella nostra società.

Immagine e verità. La verità del film non è definitiva, non è completa. E’ curioso che “Diaz” sia stato accusato di colpevoli silenzi. Come se il film dovesse stabilire, per necessità, una verità definitiva, completa e pacifica. Una verità storica, nel senso istituzionale del termine. Non è così. Se è giusto far notare, come fa Vittorio Agnoletto (qui), che la verità del film è parziale e non copre, ad esempio, le responsabilità politiche e il senso della protesta e del Genoa Social Forum, bollare l’opera come “film commerciale, costruito con astuzia” in modo da “non pestare i piedi a nessuno” è miope ed ingiusto.

Il film colpisce lo spettatore. Lo e-moziona, à la Giuliana Bruno: lo scuote. La scossa emotiva che nasce dall’atto di mostrare, e non dimostrare (Keith Beattie), riattiva lo spettatore, lo coinvolge sul piano personale (in proposito, rimando a questo articolo di Augusto Sainati). Portando lo spettatore a provare empatia ed elicitando una cognizione viscerale ed affettiva che supera l’asettico “discorso della sobrietà” (Bill Nichols), “Diaz” costruisce un’esperienza pienamente estetica. Estetica, non disimpegnata e leggera, né necessariamente “commerciale”.

L’opera non incatena lo spettatore ad una sceneggiatura lineare di cause ed effetti. Esplode la prospettiva. Ciò che accade sullo schermo sembra franare, lentamente e senza scampo, verso il vortice della violenza. Eppure, le prospettive e il senso di questa violenza non sono univoci e privi di ambiguità.

Un esempio: la rappresentazione di Michelangelo Fournier, uno dei capi reparto che partecipò all’assalto. Nel film egli appare come un uomo logorato dai dubbi, shakesperiano persino. Altro che recitazione minimale, qui si parla di teatro. Tale (palese) esagerazione drammaturgica getta un dubbio sull’oggettività dell’intera architettura del film. Del cinema.

Così facendo, Vicari si libera del rischio di mettere in atto una rappresentazione violenta. Non sto parlando di rappresentazione della violenza, di contenuto violento. Violenta è la rappresentazione che imbocca lo spettatore, che lo ingessa (e lo appaga) nel suo propinare certezze. Si tratta, in altre parole, di una violenza nelle forme del rappresentare. Ad esempio, la voce ufficiale del Partito in tanti documentari cinesi d’annata, che impone un’unica possibile interpretazione, una pravda granitica e indiscutibile.

Le certezze, nei fatti del G8 ci sono: sono le verità processuali. Ma il film lascia allo spettatore lo spazio vitale in cui manovrare, lo spinge a cercare la sua verità al di fuori della sala. Allo stesso tempo, rifiutando il discorso monologico del film “autoritario” – il film che ti dice come pensare, o, più radicalmente, come ricordare, e come ricordare di essere stati (Foucault) -, “Diaz” ricorda allo spettatore accorto che la violenza dello Stato si esplica, in condizioni di quiete, in modo molto più subdolo che non con picchiatori e olio di ricino. La violenza della dissuasione, la violenza dell’indottrinamento, sono gli strumenti raffinati del potere. Il sangue della Diaz è semmai l’eccezione, il momento di debolezza, la scheggia impazzita. Inorridire per braccia spezzate e torture, per poi non cogliere la violenza del quotidiano e della sudditanza: questo è il vero rischio.

Ci sarebbe ancora molto da dire, ad esempio sul rapporto tra immagine cinematografica e trauma. Sarebbe un discorso infinitamente complesso, e quindi meriterebbe un (eventuale) articolo a parte… THE END.

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