Diaz. Memoria, storia, libertà.

A proposito della macelleria del G8 e del dovere di ricordare, ho letto varie opinioni interessanti sul diritto a non farlo. Certo, nessuno obbliga a pagare il prezzo del biglietto. Ma sono rimasto stupito nel leggere che per qualcuno quelli del G8 sono ancora “quelli che protestano e non vanno a lavorare”, “braccia rubate all’agricoltura”. In altre parole, gente antipatica. Perché ricordarsi ancora di loro? Non se ne può più. Se la sono cercata, persino.

Questo tipo di persone, mi sembra di aver compreso, si divide in due gruppi: quelli che sono refrattari alla storia in generale (un film di Giordana su Peppino Impastato? Vade retro!) e quelli che, più prosaicamente, hanno la memoria selettiva. Freud fu il primo, se non sbaglio, a sostenere la selettività della memoria in funzione dell’opportunità. Certo, nel suo caso si trattava di vera e propria rimozione. Questa è la prima figura della repressione. La seconda è invece di natura politica. Non si tratta tanto di censura (soluzione poco elegante, che tende a svegliare i cittadini letargici) quanto di dissuasione ideologica, conformismo consumista e dominio della doxa.

La memoria, naturalmente, è sempre selettiva. Combattere gli eccessi di selettività è l’unica fragile barricata che si possa erigere contro l’oblio, quella flebile “consapevolezza” del potere che è la premessa di ogni possibile emancipazione. Non lo dico io, lo dice gente come Zigmunt Bauman, lo dicevano Marcuse e Adorno. Forse vale la pena di pensarci. Il semplice esercizio del dubbio è già un atto di libertà immenso.

Disprezzare gli atti di recupero collettivo della memoria è rischioso. E’ possibile essere consapevoli “da soli”, chiusi nella propria torre d’avorio? Se, come accade oggi, siamo incapaci di connettere memorie, progetti e vite per costruire qualcosa di meglio del guano in cui affondiamo, è perché qualcosa, la dimensione pubblica della memoria, è stata erosa. E con essa, è morta anche l’alleanza tra soggetti diversi in nome di obiettivi condivisi, altrimenti nota come politica.

Ricordare solo ciò che conferma la nostra labile identità e i nostri altrettanto instabili ideali sociali ed etici è un atto di ingenuità masochista. Si preferisce quella che Kuehl chiamava “storia mandarina”: una voce rassicurante, televisiva, che ci dice cosa pensare. La voce del potere, il Padre protettore degli italiani di turno.

Costruire una memoria condivisa significa mitigare la “politica della vita” individuale (costruire e progettare la propria carriera in un vuoto pneumatico e sociale) e costruire invece traiettorie condivise, un discorso pubblico e civile. Una società più giusta, nella prospettiva migliore. Il cinema ha in questo senso un ruolo (ancora) fondamentale. La sua natura di rito collettivo unisce le persone in un’esperienza estetica che è anche, sempre, un’esperienza etica e civile.

E Internet, e la televisione? Sono ancora più importanti. Ma il cinema ha il vantaggio di non essere schiavo del tempo della cronaca. Un film è il prodotto di mesi, anni di lavoro, elabora e precipita gli atomi della cronaca in una prospettiva, questa sì, storica. Inoltre, il film è sempre un prodotto collettivo, anche nel caso delle opere più “autoriali”. Guardare “Diaz” non è la stessa cosa che guardare il Tg2 nel 2001 o (Odino ce ne scampi) un talk show che riesuma la tragedia per farne uno spettacolo della parola.

Che grandi firme dei quotidiani nazionali e stakeholder della cultura non siamo in grado di comprendere questi concetti elementari, questo è il vero problema. Quando i cosiddetti intellettuali si strappano le antenne e non sono più in grado di cogliere i segnali inquietanti del proprio tempo, significa che siamo davvero “nave senza nocchiere in gran tempesta”. Senza appello.

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2 risposte a Diaz. Memoria, storia, libertà.

  1. fausto ha detto:

    A tanti anni di distanza, mi fa almeno sorridere pensare al fatto che le istanze delle proteste si allora avessero un ché di profetico. I disastri della dittatura finanziaria oggi visibili all’epoca si stavano preparando, e nessuno voleva preoccuparsene. Ora credo che molti italiano comincino a capire contro cosa si protestava all’epoca; credo però che sia ormai tardi, a questo punto non potremo più fare altro che assistere alla fusione del sistema. La grossa sfida sarà semmai il dopo: rimettere in piedi un mondo vivibile non sarà affatto semplice.

  2. kongming86 ha detto:

    Già. Abbiamo capito troppo tardi cosa c’era di giusto dietro quelle proteste (vabbè, io nel 2001 ancora giocavo con i Lego, ma tralasciamo il dettaglio). Indubbiamente, molti di quei giovani erano ingenui e guidati dalle emozioni prima che dalla razionalità, un po’ come molti membri dei partiti universitari. Eppure sapevano bene in quale mondo stavano per entrare, e lo rifiutavano con grande coraggio.

    Oggi, nell’indifferenza apatica che ci sta soffocando, non siamo più capaci di lottare per qualcosa. I nostri malumori sono atomizzati, così come i nostri diritti, a fronte di poteri e oppressioni sistemici e di natura sociale Stando così le cose, abbiamo perso in partenza qualsiasi battaglia.

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