Diaz, la Tiananmen italiana

Un titolo provocatorio? Forse no. E non soltanto perché i fatti della Diaz e di Bolzaneto sono espressione della violenza del potere contro vittime inermi e ribellioni pacifiche, ma anche perché entrambi i massacri hanno le fattezze del trauma. Un trauma che non dovrebbe essere nemmeno concepibile in un paese democratico, un paese che si considera civile.

L’ultimo film di Daniele Vicari affronta il trauma senza remore e senza sublimare la violenza celandola dietro un velo di pudore. Né cade nell’errore opposto, ovvero nella pornografia della violenza come grancassa spettacolare della tragedia. Il sangue c’è, ed essere spettatore per una volta significa mettere in gioco sé stessi, la propria carne. “Diaz – Non pulire questo sangue” non massaggia lo spettatore, non lo lusinga. Lo interpella e non lascia vie di fuga, così come non avevano vie di fuga i cento studenti malmenati a sangue nella scuola A. Diaz, poi incastrati dalla polizia con prove false e torturati nella caserma di Bolzaneto.

A proposito, lo sapevate che in Italia non esiste il reato di tortura e che, di conseguenza, gli imputati al processo per Bolzaneto sono stati accusati di reati “leggeri” come violenza privata e abuso d’ufficio? E che questi reatucci saranno tutti prescritti? Sapevatelo.

“Diaz” affronta direttamente il trauma, la ferita ancora sanguinante, e lo fa per il nostro bene. Si tratta di un film appassionato e sociale, maieuta del nostro senso civico, della nostra empatia.

Empatia: en pathos. Il sentimento nell’anima. E compassione. Cum patere, patire insieme. L’etimologia è sempre utile per ricostruire, pezzo per pezzo, un lessico della partecipazione, una grammatica della comprensione reciproca. Attraverso i meccanismi magici del cinema, entriamo nei panni dell’altro. Sentiamo i colpi di manganello spezzarci la schiena, gli sputi in faccia. Rinasciamo. Risorgiamo. Abbiamo capito. Dal trauma può nascere un profondo legame con l’altro. L’amore civico nasce anche al cinematografo.

Come ha scritto Antonio Scurati nella sua bella recensione al film, “[o]ra, forse, finalmente, grazie a questo film coraggioso, i fatti di Genova, potranno uscire dal ricordo individuale ed entrare nella memoria collettiva”.  Il film ci permette di riappropriarci della nostra storia, dopo che ne siamo fuggiti con orrore. Il disgusto, la paura, le menzogne che hanno allontanato la nostra generazione dall’impegno civile e politico – per la gioia dei populisti come dei politici di professione, liberi di fare del proprio peggio sicuri dell’inazione di una società atomizzata e passiva – hanno a che fare anche con i fatti del 2001.

Divide et impera.

Naturalmente, non vanno dimenticate le differenze e vanno fatte alcune precisazioni. Differenze: Tiananmen fu una scelta politica manovrata dall’alto, la macelleria del G8 ha più a che fare con omertà e connivenze più in basso nella catena di comando. Della Diaz si può parlare in Italia, mentre di Tiananmen non si può (ancora) parlare in Cina.(se non nelle sale da té). Precisazioni, doverose: il film condanna quei poliziotti, criminali purtroppo impuniti, e non l’ideale che, in teoria, il corpo di polizia di uno stato democratico dovrebbe incarnare.

L’ingiustizia ci fu, però. E ancora aleggia sulle acque. Molti dei responsabili non saranno mai condannati. In questo senso il finale del film, impietoso e chiuso ad ogni consolazione – persino a quelle, magre ma fondamentali, della progressiva e faticosa scoperta della verità – è perfetto. Quando le luci della sala si accendono, si prova rabbia, un malessere profondo. Nulla a che vedere con una troppo hollywoodiana “rigenerazione attraverso la violenza”. Niente con cui rigenerarsi, solo una profonda indignazione civica che ci risveglia dal letargo, dal sonno della ragione.

Considerata la potenza del film, bello e riuscito sotto quasi ogni aspetto, certe piccole sbavature (un certo formalismo nella struttura complessiva, la divagazione un po’ inutile nella vita privata di uno dei partecipanti al Forum Sociale di Genova) sono assolutamente veniali. Un film più che degno dei suoi illustri parenti: Lizzani, Rosi, Petri, Bellocchio. In altre parole: per favore, andate a vedere questo film se non vi siete ancora bevuti il cervello.

PS: Pare che, per chi snobberà questo film per andare a vedere Battleship, sia previsto un girone tutto speciale, all’inferno.

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