Dante e l’universo

“E fa la lingua mia tanto possente,
ch’una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente.”Paradiso XXXIII.

Non c’è niente da fare. Dante è il luogo dove si deve sempre tornare. Si possono leggere tonnellate di libri eccellenti, aggiornati e avanzati, ma per me, e credo anche per qualcun altro, Dante resta fuori scala. Zizek è illuminante, inquietante, Lacan è quanto di più utile per capire le contraddizioni della mente umana, Nietzsche scuote con i suoi estremi affilati, Bauman ti aggiorna sull’ultimo giocattolo della sociologia, Benjamin incarna la perdita del particolare nell’oceano del generale. E poi l’antropologia, in particolare Levi Strauss, e la consapevolezza del nulla ai bordi del discorso, della mancanza, persino della possibilità stessa di una certezza o di un riferimento.

Poi torni a Dante, e sembra quasi che ti rida in faccia per la tua ingenuità. Ed è quasi umiliante vedere come un uomo vissuto nel tardo medioevo tra guerre e malattie, tra bigotti e schiavi, ignoranza e follia, dove ogni giorno la propria vita poteva finire per la più banale delle ragioni, sia stato capace di scrivere delle più alte aspirazioni dell’uomo.

“Considerate la vostra semenza”

Mi piacciono moltissimo certe poesie cinesi, alcune di esse hanno una potenza straordinaria. Su Dongpo, Li Yu, e poeti più lontani come Li Bai, Tao Yuanming, Wang Wei… però c’è sempre una sensazione di vuoto. Forse è solo l’impressione di qualcuno cresciuto in una cultura troppo diversa per poter accettare il vuoto, che è la base di tutta un’estetica in Cina e Giappone. Ma che c’entra Dante in tutto questo? La mia personale lettura della Divina Commedia è che il poeta fosse consapevole, percepisse questa incertezza, le vibrazioni del vuoto… Dante ha costruito un dramma, non credeva certo a quello che scriveva. Proprio per questo il coraggio e la fiducia nell’uomo – non in divinità e idoli, nell’uomo – che trasuda da ogni sua pagina sono quasi commoventi. Una scommessa, l’equivalente esistenziale del  gambetto di re negli scacchi. La Divina Commedia è prima di tutto un grandioso, bellissimo gioco.

P.S. La cosa più affascinante è che, per un’opera che parla di tutto, alla fine si torni sempre a casa. Firenze, le piazze, le delusioni, i rapporti umani di un uomo qualsiasi. Un amore e le parole, ironiche e consapevolmente manchevoli, per descriverlo. E così via. Anche lì, non c’è nessuna certezza, nessuna sentenza banale per Dante. Che, peraltro, era un ghibellino. Farinata degli Uberti è un “buono”, o un “cattivo”? Per me è un buono. Probabilmente anche per Dante, anche se non poteva permettersi di dirlo a voce troppo alta…

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