Ebbrezza e cultura.

Riflettendo sull’opera di Jia Zhangke, mi sono reso conto di quanto sia radicale e profondo l’approccio del regista. Quello che Zhangke cerca di fare è rappresentare, in modo non ingenuo e non banalmente mimetico, la condizione umana postmoderna (e post-post moderna, e ultramoderna, quel che volete). La confusione, la difficoltà di comunicare. E lo fa mettendo in gioco sè stesso, consapevole come pochi altri registi cinesi dei propri strumenti cinematografici. Un atteggiamento riflessivo, una myse en abyme del proprio mestiere, come condizione necessaria di un realismo compiuto e penetrante. Non a caso Zhangke ha dichiarato che, tra le sue bussole artistiche, figurano Fellini e De Sica. Anche il riferimento a Bresson è pertinente e illuminante.

Uno dei temi principali dell’opera di Jia Zhangke è il tentativo di mettere in scena l’identità dell’uomo contemporaneo. Identità instabile e fluttuante in un inferno vettoriale di forze diverse e divergenti, che lo lacerano profondamente. E’ una identità ibrida, globale e locale al tempo stesso. Un’identità che trova il proprio cardine nell’ebbrezza. Non tanto (non solo) fisica, ma dell’anima. Una scialuppa che beccheggia pericolosamente su un mare in tempesta, travolta da messaggi, serie televisive, pubblicità cinema musica e tutto ciò che costituisce l’ambiente simbolico in cui vive. E dunque un immaginario debordante, che prende il posto di idee e ideali, razionalità e umanità, che confonde e rende schiavi, che influenza sottilmente o che soverchia. In ogni caso, indecifrabile per la sua cacofonia, per l’impossibilità di elaborarlo criticamente, di leggerlo come un testo. Un immaginario che impoverisce, e che chiama in causa lo stesso regista che di questo immaginario è vittima e creatore al tempo stesso, in quanto demiurgo dell’immagine, creatore di un nuovo immaginario ormai non solo cinese ma interculturale – con tutte le conseguenze del caso.

Unknown Pleasures è probabilmente. insieme a Platform, il film che rende più evidente questa dinamica. Ciò che invece resta relativamente sconosciuto è l’approccio originale che Jia Zhangke costituisce con l’altra faccia del cinema, il documentario. Innanzitutto stravolgendolo: il documentario fa parte della finzione, e i film documentari contengono spesso elementi palesemente finzionali. Come le interviste, vere ma altamente teatralizzate e dalla scenografia ingombrante di I Wish i knew. O gli inserti tra intervista e intervista dello stesso film, dove l’attrice-avatar Zhao Tao vaga per una Shanghai palesemente lontana dalla percezione comune, fatta di silenzi e rovine. Scelta assai poco documentaria, a voler interpretare questa categoria secondo criteri restrittivi. Scelte poetiche, per un messaggio d’autore che non ha l’ipocrisia di ostentare la propria impossibile scomparsa. E che cerca anzi di capire, vaga per la metropoli in cerca di conoscenza e identità, incompreso.

Un regista apparentemente innocuo ci sta in realtà ponendo degli interrogativi pesanti e radicali, a cui ci rifiutiamo, nella nostra immaturità o cecità, di rispondere. Se non ricacciandoli sempre più lontano. Ancora una Fuga senza Fine. Siamo tanti piccoli Menone, assai più cocciuti di quello socratico.

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