Corrispondenze. Cinema italiano e cinema cinese

Raccogliendo avidamente materiale per la mia tesi, ho avuto occasione di studiare in maniera più approfondita il cinema cinese, e allo stesso tempo di guardare con occhi nuovi la tradizione cinematografica italiana. Le mie fugaci impressioni, che scrivo qui di getto, innanzitutto come appunto per me stesso, sono queste.

Il cinema cinese è oggi un vulcano in eruzione, di cui è difficile parlare perchè scorre e si trasforma a una velocità tale che fossilizzarlo in un discorso coerente, farne un’istantanea, è impresa a dir poco pretenziosa. E’ una massa liquida fatta di violento spettacolo hollywoodiano, specificità culturali di volta in volta reinterpretate e rivissute, antichità risorte (ma in modo discutibile, un po’ come il medioevo qui da noi, che come diceva Eco viene “rabberciato” come meglio conviene invece che filologicamente rispettato), straniante realismo, documenti in forma di immagine, realismo confuciano, e così via. E poi c’è Hong Kong, e il cinema taiwanese. Un inferno per chi vuole trovare un punto di vista, situarsi.

La mia suggestione – solo una suggestione, per ora – è che il clima culturale che si respira in Cina oggi sia per certi versi simile a quello del dopoguerra italiano. In effetti, la Cina esce da una guerra ideologica – il maoismo, l’89 – e si inebria di nuovi spazi espressivi e commerciali che si sono aperti a una velocità impressionante. Il risultato è confuso, ma anche creativo in quanto aperto. Al manierismo e alla propaganda – al film fascista, ideologico, deviato dal contenutismo e da una critica detentrice di potere – si sostituisce uno spazio nuovo di espressione e libertà creativa.

I vecchi poteri non sono morti, anzi – e qui i paralleli con l’asfittico panorama della critica cinematografica italiana degli anni Cinquanta, divisa tra i pastoni ideologici di Aristarco e Rondi, Chiarini e Regnoni viene quasi spontaneo -, ma nuovi registi si sostituiscono ai “mostri sacri” del passato e alle loro ingenuità. Uno di questi mostri è Zhang Yimou. Grandissimo fotografo ma regista mediocre, sopravvalutato in Occidente e visto con sospetto in Oriente, la sua idea di cinema come “vendita” di cultura cinese in formato leggibile all’estero viene lentamente superata da registi più aperti e capaci di un sincero incontro con il sociale, anche in prospettiva di mercato internazionale. E’ il nuovo realismo della cosiddetta sesta generazione di registi cinesi. Due nomi a caso, Jia Zhangke e Wang Xiaoshuai. Qui si potrebbero tentare altri parallelismi con il cinema italiano, ma non mi vorrei spingere troppo oltre…

E poi il mondo del documentario, libero dalle catene della propaganda e dell’ “ideologia visuale” retaggio del leninismo. Il documentario – e qui sta il fenomeno, incredibile per l’occidente – è la punta di diamante del nuovo cinema cinese. Non è un frammento trascurabile di produzione e nemmeno appendice del cinema di fiction. Il nuovo cinema cinese è innanzitutto documentario (in particolare televisivo) . Interrogazione della società,  tentativo di comprensione di un mondo liquido e in mutamento velocissimo e cannibale, con risvolti da uroboro. O tentativo di conservare, per immagini, un mondo che sta scomparendo. Le campagne del Sichuan o i villaggi delle minoranze etniche verranno ricordati, in futuro, per mezzo dello sguardo di giovani e appassionati registi,  un po’come i nostri Di Martino e De Seta hanno fatto per la Calabria, la Sicilia, le lande barbaricine…

Le sontuose scenografie di Hero e Crouching Tiger, Hidden Dragon sono ciò di cinese che risulta vendibile sul mercato internazionale dell’immaginario (dove si gioca il potere del ventunesimo secolo… ma questo è un altro discorso), ma ciò che conta davvero, ciò che noi difficilmente comprendiamo, è che il futuro del cinema cinese si gioca sul documentario. E sulle sue promesse, ancora solo abbozzate, di partecipazione sociale e democrazia.

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