La storia (in)finita

“Non voltarti mai! MAI!”

Sì, vabbè…

Scrivo dall’aeroporto di Mosca, seduto su un divanetto di fattezze a me aliene, ben diverso da ciò che avrei potuto trovare a Malpensa, o a Pechino. E’ già un piccolo shock culturale, che si somma a quello, ben più inquietante, che per la prima volta da un anno non sono circondato da cinesi. A pensare che tra poche ore mi toccherà ripassare il mio italiano, ormai arrugginito da mesi di letargo, si prova quasi un senso di vertigine. Quella vertigine strana che si sente quando manca la terra sotto i piedi e l’orizzonte si fa vicino vicino, e diventi miope, incapace di vedere ciò che ti aspetta nel tuo futuro e ciò che sei stato in passato. Un anno in Cina? Impossibile, è stato troppo veloce, è tutto così distante, quasi fatto di materia onirica. Come se fosse stato un sogno lungo un anno, sospeso nella storia. Lo shock di cambiare completamente cultura e ambiente, così difficile da descrivere. E’ come attraversare un corridoio ovattato, non senti i tuoi passi e non sai cosa c’è davanti o dietro di te. Privazione sensoriale, per certi versi. Vertigine, ancora.

Camminavo, ieri, per gli Hutong pechinesi, godendomi la pioggia leggera e osservando i passanti, gli anziani di Pechino con il loro dialetto affascinante e la loro cultura particolare, orgogliosa e scorbutica ma allo stesso tempo gentile, educata. Gente molto diversa da quella di Chongqing. Anche qui, un salto spaziale e temporale. Come saltare da un’isola all’altra. Da Calipso a Circe al Colosso, è stata una rotta avventurosa, non priva delle sue sirene e delle sue piccole sconfitte.

Tra i vicoli di Pechino, o sulle rive dei grandi laghi della città, o sulle balconate del Palazzo d’Estate, il senso di vertigine è ancora più forte. La Storia con la esse maiuscola serpeggia tra quelle mura antiche, millenni di fede e cultura ormai morta. I cinesi di oggi non sono meno disorientati di quel Pasolini che vagava per le rovine di Roma e non trovava sè stesso, l’utero da cui era uscito:

Io sono una forza del Passato. 
Solo nella tradizione è il mio amore. 
Vengo dai ruderi, dalle Chiese, 
dalle pale d’altare, dai borghi 
dimenticati sugli Appennini o le Prealpi, 
dove sono vissuti i fratelli. 
Giro per la Tuscolana come un pazzo, 
per l’Appia come un cane senza padrone. 
O guardo i crepuscoli, le mattine 
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo, 
come i primi atti della Dopostoria, 
cui io sussisto, per privilegio d’anagrafe, 
dall’orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato 
dalle viscere di una donna morta. 
E io, feto adulto, mi aggiro 
più moderno d’ogni moderno 
a cercare i fratelli che non sono più.

Non è forse questa la condizione umana, quell’essere “gettati nel mondo”? Viaggiare lontano, vagare per il mondo ti rende particolarmente sensibile a queste sottigliezze. A interrogare te stesso e la tua cultura, a fare tuo l’appello dell’oracolo di Delfi, “Conosci te stesso”. Ci sono state e ci saranno ancora occasioni per pensarci su, così come ci sarà tempo per replicare alla sentenza del Sileno e altre seghe mentali, balocchi intellettuali.

E’stato un anno molto bello. Intenso, pieno di contrasti ed esperienze. Se fosse un film, sarebbe un documentario poetico e antropologico come quelli di Vittorio de Seta, a colori, di quei colori terribilmente accesi e dal contrasto accecante che solo la pellicola degli anni Cinquanta poteva garantire. I colori dominanti sarebbero il rosso e il bianco: rosso come gli slogan, e le mille bandiere e i drappi che volteggiano su tutta la Cina, con il loro orgoglio, le loro menzogne, la loro semplicità, e rosso come il sangue che i cinesi sputano e bevono ogni giorno nel tentativo di liberarsi di quel peso enorme, immenso che li affligge, un’umanità brulicante e quasi peristaltica nel suo muoversi regolare e continuo che tanto mi ricorda certi racconti di Dino Buzzati ( o le assure farse di Landolfi, o i sogni letterari di Su Tong…). E bianca come il cemento sotto il sole, come le piastrelle onnipresenti, e la notte al suo apice, e la morte, che per i cinesi è rappresentata con il colore bianco, come Moby Dick, come le maschere del Carnevale veneziano. La mashera, la 面子, resta ancora la figura chiave di quel grande teatro di vita che è la Cina di oggi. Forse è questo l’aspetto in cui la cultura cinese e quella italiana si avvicinano di più: siamo culture antiche , culture di “forma” e di “rito”, dove la maschera e la “persona” sono la stessa cosa.

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2 risposte a La storia (in)finita

  1. 方爱玲 ha detto:

    Un anno passa veloce (purtroppo)… lo so bene!

    • kongming86 ha detto:

      Non è mai abbastanza. In un anno si può solo cominciare a sentire il polso di una cultura diversa. Delle mille cose che speravo di imparare ho dovuto scremarne molte, concentrandomi sulla lingua. Ora che la lingua la so, spero di poter imparare molto di più al prossimo giro. Calligrafia, cinese classico, li potrò imparare anche in Italia. Idem per il cinema cinese – di cui dovrei sapere più di quanto so, essendo in teoria uno che “mastica” cinema. E poi le arti marziali. Mi affascina molto il Xingyiquan, peccato che in Europa nessuno lo conosca…

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