Votare con i piedi

Solo una piccola, confusa riflessione. Quattro righe disorganiche e un po’casuali, traetene quello che vi pare.

Qualche giorno fa ho letto un articolo di giornale riguardo la fuga di cittadini cinesi a Hong Kong, fatto piuttosto noto da queste parti che è durato dagli anni Cinquanta fino ai Settanta. Cittadini cinesi poveri e senza un soldo, in momenti di crisi e con nulla da mangiare, cercavano ogni mezzo possibile per fuggire a Hong Kong – ovviamente a rischio della vita. Nuoto, arrampicata sulle montagne, inpacchettamenti vari, qualunque mezzo era possibile, e a quanto pare la maggior parte è morta tentando. La polizia e le navette cinesi sparavano a vista.

Come non pensare ai profughi d’Africa, che se non muoiono in mare finiscono nei campi di concentramento libici o, ironia supremamente crudele, “liberati” nel bel mezzo del deserto, in balia dei mercanti di carne e dei camionisti-schiavisti. La povertà vera e disperante, questo concetto misterioso e alieno alla gaddiana signora Elvira, o, se vogliamo, alla casalinga di Voghera.

Ma è meglio lasciar perdere il discorso sulla povertà, che a parole suona sempre insipida e ovattata (e i sordi resteranno sordi comunque). Parlare di povertà ha sempre il sapore del tradimento.

In realtà ho pensato a un’altra cosa. Leggendo quell’articolo, si riportava il racconto di uno dei profughi coinvolti nella fuga, che considerava la fuga come un modo di “votare con i piedi”. Difficile con pensare a tutti gli italiani che studiano all’estero, o che pensano di andarsene dalla serva Italia di dolore ostello.

Questo vale anche per tanti altri popoli. Popoli che magari, a differenza della Cina, hanno diritto di voto. Sorta di 灾民 zaimin (parola intraducibile, diciamo “profughi di calamità” per semplificare) della modernità, che a migliaia di chilometri da casa si costruiscono una vita nuova, nuove relazioni, una nicchia ecologica nuova di zecca e luccicosa.

Naturalmente emigrare non risolve i problemi, e la società ospitante appare migliore più in virtù della sua estraneità e del mistero radicale che la permea che per ragioni reali e concrete. Si tratta più che altro di trovare una bella scenografia, una location nuova dove piantare la propria bandierina.

La Cina, in questo senso, è l’ideale. Vicina in apparenza, specialmente nelle grandi metropoli dove lo zeitgeist urbano-occidentaloide copre la vera natura della società cinese, molto lontana e sfuggente. Contadina, profondamente radicata nella cura familiare (familismo amorale, direbbe Banfield), ritmica e circolare come una nenia infinita.

Antica. Si potrebbe riassumere cosi’. La Cina è un ermafrodito con un volto antichissimo e uno ostentatamente giovanile. Uno sguardo rivolto alla storia e, di converso, una febbrile voglia di ringiovanire e cavalcare il futuro – ma il fardello è troppo pesante, il corpo troppo debole, e il risultato è ua cultura strappata in due. La spada di Giove, in questo caso, è la rivoluzione culturale (Mao e Giove, paragone un po’azzardato… brr).

Votare con i piedi e vivere nel Passato, passato in cui non ci si puo’riconoscere in quanto figli senza Storia. Viene in mente Pasolini: “solo nella tradizione è il mio amore”… O, ancora meglio, il Pirandello di “Ciaula scopre la Luna”. La Luna ha il suo innegabile effetto di catarsi, ma alla fine è solo una luna di carta. Ancora, una scenografia.

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2 risposte a Votare con i piedi

  1. Carmelo ha detto:

    Auguri, Ale!

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