Lingua e identità

Che cosa succede alla mente di una persona quando questa viene strappata dalla sua niccha ecologica e ripiantata dall’altra parte del mondo?

Naturalmente il primo effetto sarà l’adattamento linguistico. Qui quasi nessuno si puo’permettere di usare la sua linga madre: nella maggior parte dei casi sarà costretto a parlare una “lingua franca” con i compagni di dormitorio e il cinese nel restante tempo libero, a meno di vivere fuori dal campus o di essere già bravissimo con la lingua locale, il che è piuttosto raro persino per gli studenti del livello più alto. Nel mio caso, per comunicare con il compagno di stanza si usa l’inglese ed eventualmente il cinese, ma ad altri va peggio, come a quell’altro italiano che vive con uno studente dell’Africa francese che parla solo la lingua di De Gaulle, non conoscendo, lui, una parola di francese.

Non è il caso di inanellare banalità, del tipo “lingue diverse implicano modalità di pensiero diverse” o “ogni lingua ha le sue logiche e le sue preferenze”. Questo é certamente vero, ma forse vale la pena di spingersi un poco oltre.

Quando una persona viene costretta, per ragioni diverse, ad adattarsi ad un contesto sociale e culturale completamente nuovo, possono accadere sostanzialmente due cose:  rigetto o faticosa accettazione. Il rigetto è assai più comune di quanto non possa sembrare: non è necessario scappare a gambe levate dalla Cina dopo qualche mese (che pure succede, eh); rintanarsi nel dormitorio internazionale e creare un ambiente confortevole di anglofoni e francofoni dove il cinese non è contemplato salvo pranzi e cene è la tentazione sicuramente più insidiosa. Molti studenti di cinese, specie quelli del dormitorio internazionale, sono caduti nella trappola, per quanto volenterosi e coraggiosi.

Naturalmente avere compagnie e amici occidentali è importante, specialmente in questi anni con le nuove procedure per il permesso di residenza e l’infinita burocrazia universitaria. Se fossi stato solo ne sarei uscito scemo, sicuro. Ma cosi’è difficile imparare qualcosa.

Il problema è abbastanza chiaro: parlare inglese per un anno è, per molti, già molto stressante, e trovare qualcuno che consideri la nostra lingua madre vagamente intellegibile è un sollievo difficile da descrivere. Il cinese richiede  pero’una dose di sacrificio infinitamente maggiore. Parlare cinese all’inizio è molto, terribilmente stressante: allontandosi dalle aree protette delle proprie università e catapultati a Chongqing , rendersi conto che la gente spesso non ti capisce o, peggio, che capisce e ti risponde in modo incomprensibile rende frustrante ogni iniziative di dialogo. La pronuncia random degli studenti cinesi provenienti da ogni luogo o , peggio, il sichuanese acrobatico degli anziani, sono più che sufficienti a farti girare la testa. Tentare di conversare un’ora significa uscirne con il cervello completamente prosciugato, che a paragone gli “incappussolati” di Franco e Ciccio contro Goldginger (citazione colta inside!) non sono nulla.

Cio’che rende il cinese realmente difficile, tuttavia, è che la comprensione linguistica passa attraverso la comprensione culturale: per capire il cinese è necessario accettare il suo aut aut, per capire il cinese bisogna diventare un po’cinesi. Magari sputando per terra un po’meno, si capisce.

Lo shock linguistico si somma a quello culturale, il tutto condito dal burnout da studio eccessivo e distanza da casa: l’inevitabile risultante di questi vettori non puo’che essere una rinegoziazione della propria identità – o una grande opportunità di crescita, se vogliamo.

Un indizio di questa mutazione è certamentte il fatto che in lingue diverse emergono tratti diversi della nostra personalità: in inglese, per dire, tendo ad essere più scherzoso e a dire un sacco di cazzate, con il cinese punto verso un approccio più riflessivo (non tanto, qui, perchè il cinese è ricchissimo di termini speculativi, ma semplicemente perchè sono lento, e la lentezza nell’elocuzione permette una maggiore riflessività). E con la lingua madre?  E’ la lingua di casa, la lingua del nonno che si versa due dita di vino e dello zio che prepara la pasta al sugo e mi costringe a mangiare le zucchine. E’ la “base sicura”, la casa madre, il fiume a cui ritornare, ma qui è tenuta tra parentesi, dormiente.  Inevitabilmente, sollecitata da un contesto nuovo e a volte ostile, l’identità si evolve, si apre a foglia e si divide in rivoli psicologico-linguistici che credo nessuno abbia mai studiato in modo preciso, anche se potrei sbagliarmi e mi piacerebbe saperne di più.

Quello che rimane, allla fine, è il senso di precarietà dell’identità migrante. Non posso non tornare con la mente alle atmosfere dei romanzi di Joseph Roth. Un po’Franz Tunda, un po’Andreas Kartak, il migrante è un uomo che baratta identità con tempo, un po’come negi scacchi il giocatore accorto baratta un pedone per un vantaggio di posizione: a tenere insieme l’ardita metafora il fatto che, in ogni caso, si tratta di un gambetto, e i gambetti non sempre riescono bene…

A questo punto credo sia chiaro: ho bisogno di caffè. Speditemene una cassa con tanto di moka e avrete la mia eterna gratitudine.

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7 risposte a Lingua e identità

  1. Blue ha detto:

    Io ho qualche problema nell’esprimermi in inglese. Lo capisco molto bene, ma non appena provo a dire qualcosa mi blocco, devo pensarci su. Forse troppo indottrinamento, non saprei. Infatti in questi giorni pensavo proprio di allenarmi nel fare conversazione, magari con mia sorella, se trova del tempo.

    Immagino solo lontanamente il senso di spaesamento.

  2. Tommi ha detto:

    La lingua non è semplice strumento di comunicazione, ma piuttosto griglia, struttura mentale attraverso la quale la realtà che ci circonda è filtrata dalla nostra mente. La metamorfosi è cominciata. Tieni duro!
    Benarrivato nel limbo degli sradicati. Non ve ne è ritorno.

    PS: Vuoi veramente la moka? Se vuoi te la spedisco. Via mare.

  3. Elena ha detto:

    Quanto è vero quello che hai scritto! Io quando ero in cina ero talmente confusa continuando a switchare tra italiano/inglese/cinese che alla fine avevo creato una specie di pidgin. E quando sono tornata in italia a volte non ero in grado di spiegare dei concetti senza ricorrere a parole cinesi o inglesi.
    Ma credo che siano delle esperienze incredibili, nonostante il mio cervello abbia sofferto non poco. Alla fine ti senti prosciugato.

    Se hai la possibilità, fatti spedire tutto il caffè che vuoi, non sai cosa avrei dato io per ricevere una bottiglia di Martini😀

    • kongming86 ha detto:

      Potremmo fondare un circolo SOS stranieri in Cina, per una modica spesa potremmo soddisfare i bisogni dei poveri migranti. Caffè, Martini, statuette del Duomo e della torre di Pisa, frigoriferini e statuette voodoo per i momenti di frustrazione.

      @Tommi: mi devo informare bene sull,indirizzo, in pratica non si puo’spedire direttamente al dormitorio ma in un altro posto da dove poi potro’ritiirare la merce spedita. T faro’ sapere. Se l’affare va in porto, al mio ritorno per sdebitarmi di moka e caffè ti offriro’ un pranzo al Mangiafuoco😄

      • Tommi ha detto:

        Ottimo, ho scoperto un posto in via Sarpi, che sicuramente conoscerai almeno di vista, dove fanno piatti tipici del Sichuan, belli “mala”.

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